Il libro è una storia sociale delle donne appartenenti alle comunità di fede cristiana, ebraica e islamica del bacino euro mediterraneo e nel periodo compreso tra XI e XVI secolo. Il periodo prescelto è quello compreso tra due importanti snodi storici: i grandi cambiamenti dell’XI secolo, che trasformarono profondamente gli assetti delle società coeve, e quelli del XVI secolo, che videro l’allargamento dei confini del mondo conosciuto dagli europei all’Atlantico. Le storie trattate nel testo appartengono soprattutto a donne il più possibile comuni, privilegiando il più possibile il punto di vista della maggioranza. Si inizia con l’analisi della percezione del corpo femminile nelle tre culture, scegliendo come incipitario il momento di passaggio all’età adulta (il menarca) perché da allora in poi le donne venivano messe in gioco come attori sociali, cioè come future mogli e madri. L’universo della fisiologia femminile era anche il luogo in cui si plasmavano saperi “di donna”: ostetriche, balie, medico, guaritrici. Si insiste, per quanto le fonti superstiti lo consentono, sulle donne medico e si sottolinea che la loro esistenza era resa necessaria anche dal fatto che la decenza e il pudore inducevano a evitare contatti fisici intimi tra medici uomini e pazienti donne. Dalla cultura dominante lo stesso corpo femminile veniva percepito come un’entità ancipite, benigna generatrice di vita ma anche impura collettrice di liquidi (mestruali) malefici e venefici. Ed è a partire dalla fisiologia femminile, dunque, che si origina la riflessione relativa alla debolezza, all’imperfezione della donna. Fisiologicamente imperfetta, giuridicamente incompleta, la donna è eterna dipendente dall’uomo da cui – e in questo le tre culture sono concordi – promanano le regole volte a tutelare l’integrità delle “proprie” donne; un’integrità che doveva condurre al matrimonio all’interno della propria tradizione religiosa di riferimento, tanto che i matrimoni misti erano generalmente vissuti come una iattura. Parallelamente, per quanto è relativo al mondo cristiano, si mostra anche il processo di abolizione del matrimonio dei preti, che diventerà una caratteristica unica dei “tecnici del culto” cattolici, e che consente, inoltre, di recuperare le tracce di antiche coppie di fatto la cui esistenza rischia di sfuggire ai sistemi di trasmissione documentaria. Il matrimonio era, comunque e generalmente, una questione familiare, perché era governato dalle logiche del clan. Speculare contrario rispetto all’intimità della casa sponsale e all’integrità della sposa è l’infamia del bordello e della prostituta: realtà tanto necessaria alla pacificazione sociale ottenuta incanalando verso queste donne “perdute” la libidine maschile, quanto esecrata pur se apportatrice di guadagni che solo in parte ricadevano sulle prostitute stesse. Sono ancora la sessualità e la sua gestione a definire i due estremi del giusto e dello sbagliato: è il comportamento sessuale a definire l’identità della donna e lo è in tutte e tre le culture, al netto delle differenze che pur ci sono tra l’una e l’altra. La casa e la famiglia, più spesso quella d’origine, sono però anche il luogo dell’educazione e dell’istruzione delle donne, dove in alcuni casi si sviluppano talenti e abilità intellettuali e artistiche, come nel caso delle poetesse e rimatrici. La capacità di istruirsi (nel senso più ampio del termine) attraverso percorsi in prevalenza di tipo informale, costituisce senza dubbio la cifra denotativa dei processi di acculturazione delle donne nelle società più antiche che vengono qui recuperati e descritti. Inoltre, i lavori che esse svolgono e che si modellano sulle realtà circostanti rispondendo a bisogni effettivi, sono possibili grazie all’acquisizione di saperi e tecniche che avviene ancora prevalentemente attraverso vie non istituzionali. Anche nei contesti scolastici più umili, accanto all’insegnamento di abilità considerate tipicamente femminili come il cucito o il ricamo, compaiono almeno i rudimenti della lettura e della scrittura e, spesso, il libro la cui si impara a leggere è proprio la Scrittura, nel senso del Testo Sacro, magari tradotto in volgare perché alle donne non era riservato l’insegnamento di livello più elevato, che assicurava la conoscenza delle lingue antiche in cui erano scritti i Testi Sacri e che erano divenute le lingue della cultura alta. Sotto il manto dell’ignoranza della donne, vengono così occultate una nutrita serie di saperi, pratiche e tecniche “semicolte” che, invece, si è cercato di recuperare, valorizzando le rimatrici, accanto alle potesse, le maestre di scuola, le copiste e le miniatrici di manoscritti, come anche le sagge donne esperte di saperi naturalistico-scientifici attinenti alla medicina, all’ostetricia e ginecologia, alla puericultura e alle cure farmacologiche attraverso la manipolazione di erbe, cibi e pietre con le quali si apre, nel primo capitolo, il libro e che ritornano nel quarto insieme ad altre donne che esercitavano mestieri e professioni. Infine, si è ricostruita la fisionomia delle donne in religione: escluse in tutti e tre i contesti culturali monoteistici dall’esercizio attivo della liturgia e del culto, le donne trovarono comunque un ubi consistam marcato. L’esistenza di istituzioni cristiane specificatamente create per le donne come i monasteri e i conventi, ma anche i luoghi di oblazione, i beghinaggi o le confraternite, dettero vita a una specificità della vita cristiana al femminile determinata dal fatto che le donne conducevano vita in comune. Furono l’unico caso di microsocietà di sole donne che così sperimentarono, per quanto mutilata, una qualche forma di autonomia di gruppo. Il mondo ebraico non conobbe istituzioni di tal genere, perciò le monache o le beghine cristiane sono state confrontate le donne ebree particolarmente sagge e pie. Il mondo islamico, invece, generò realtà più comparabili con quelle dei monasteri limitatamente ai ribāt sufi, cioè ai luoghi di vita comune delle donne votate alla vita spirituale. Il processo di continua disamina, definizione e validazione a cui le donne furono sottoposte – in gran parte essendo loro stesse organiche a questo stesso processo o perché consenzienti, o perché capaci di mettere in atto operazioni di dissimulazione e dunque di nascosta resistenza – poggiò su solide fondamenta, costituite da religione, diritto e medicina. La corrispondenza tra norma religiosa e norma giuridica sembra essere quasi immediata nell’ambito ebraico e in quello islamico ma, nel periodo di nostro interesse, essa si fece via via sempre più forte e potente anche nell’ambiente cristiano, in cui il travaso dalla teologia al diritto fu pressoché continuo. La medicina, dal canto suo, intervenne per suggellare con il crisma della scientificità quanto decretato dalla religione e dal diritto. Ne è un caso evidente la questione dell’inferiorità fisica della donna, origine di impurezza, proclamata su base fisiologica, ma corroborata dalla riflessione teologica e, infine, validata dal diritto. Impurezza e inferiorità che furono alla base della sua esclusione dai servizi sacri. Il sistema così messo in atto, accomuna le manifestazioni storiche delle tre tradizioni religiose, pur nella diversità dei contesti e delle situazioni peculiari. --- The book is a social history of women belonging to the Christian, Jewish and Islamic faith communities in the Euro-Mediterranean basin between the 11th and 16th centuries. The period chosen is between two important historical junctures: the great changes of the 11th century, which profoundly transformed the structures of European societies, and the turning point of the 16th century, which the world’s borders arrived to the Atlantic. The stories dealt with in the text belong mainly to ordinary women, privileging the point of view of the majority as much as possible. It begins with an analysis of the female body’s perception in the three cultures, choosing the moment of transition to adulthood (the menarche) when the women were brought into play as social actors, i.e. as future wives and mothers. The universe of female physiology was also the place where women's' knowledge was shaped: midwives, nannies, doctors, healers. Emphasis is placed, as far as the surviving sources allow, on women doctors. By the dominant culture, the female body itself was perceived as an ancipitous entity, benign life-generating but also impure collector of malefic and venomous (menstrual) fluids. And it is from female physiology, therefore, that the reflection on the weakness, the imperfection of women originates. Physiologically imperfect, legally incomplete, the woman is eternally dependent on the man from whom - and in this the three cultures agree - emanate the rules aimed at protecting the integrity of 'their' women; an integrity that had to lead to marriage within their own religious tradition of reference, so much so that mixed marriages were generally experienced as a curse. Parallel to this, as far as the Christian world is concerned, there is the process of abolishing the marriage of priests, which was to become a unique characteristic of Catholic 'cult technicians', and which also made it possible to recover traces of ancient de facto couples whose existence is likely to escape the systems of documentary transmission. Marriage was, however and generally, a family affair, because it was governed by the logic of the clan. Contrary to the intimacy of the marital home and the integrity of the bride is the brothel and the prostitute’s infamy: a reality as necessary to the social pacification obtained by channeling male lust towards these 'lost' women, as execrated even though it brought earnings that only in part fell on the prostitutes themselves. It is still sexuality and its management that defines the two extremes of right and wrong: it is sexual behavior that defines a woman's identity, and it is so in all three cultures, notwithstanding the differences between them. However, the home and family, most often the family of origin, are also the place of women's upbringing and education, where in some cases intellectual and artistic talents and skills are developed, as in the case of female poets and rhymesters. The ability to educate oneself through predominantly informal pathways undoubtedly constitutes the denotative feature of the women's acculturation process in the most ancient societies that are recovered and described here. Moreover, the jobs they perform, which are modelled on the surrounding realities by responding to actual needs, are possible thanks to the acquisition of knowledge and techniques that still occurs predominantly through non-institutional routes. Even in the most humble scholastic contexts, alongside the teaching of skills considered typically feminine such as sewing or embroidery, at least the rudiments of reading and writing appear, and often the book one learns to read is precisely the Scripture, in the sense of the Sacred Text, perhaps translated into the vernacular because women were not reserved for the higher level of teaching, which ensured knowledge of the ancient languages in which the Sacred Texts were written and which had become the languages of high culture. Under the cloak of women's ignorance, a vast array of 'semi-cult' knowledge, practices and techniques are thus concealed, which, on the contrary, we have tried to recover, valorising the schoolteachers, copyists and illuminators of manuscripts, as well as the wise women experts in naturalistic-scientific knowledge relating to medicine, obstetrics and gynecology, childcare and pharmacological cures through the manipulation of herbs, food and stones, with whom the book opens in the first chapter and who return in the fourth together with other women who practiced trades and professions. Finally, the physiognomy of women in religion was reconstructed: excluded in all three monotheistic cultural contexts from the active exercise of liturgy and worship, women nevertheless found a marked ubi consistam.The Christian institutions specifically created for women such as monasteries and convents, but also places of oblation, beguinages or confraternities, gave rise to a specificity of Christian life for women determined by the fact that women led communal lives. They were the only case of women-only micro-societies that thus experienced, albeit mutilated, some form of group autonomy. The Jewish world knew no such institutions, so Christian nuns or beghines were compared to particularly wise and pious Jewish women. The Islamic world, on the other hand, generated realities more comparable to those of the monasteries limited to the Sufi ribāt, that is, the places where women devoted to the spiritual life lived together. The process of continuous scrutiny, definition and validation to which women were subjected - for the most part they were organic to this same process, either because they consented, or because they were capable of carrying out operations of dissimulation and therefore of hidden resistance - rested on solid foundations, consisting of religion, law and medicine. The correspondence between religious norm and legal norm seems to be almost immediate in the Jewish and Islamic spheres but, in the period of our interest, it gradually became stronger and more powerful even in the Christian environment, where the transfer from theology to law was almost continuous. Medicine, for its part, intervened to seal with the chrism of scientificity what had been decreed by religion and law. An obvious case in point is the question of the physical inferiority of women, the origin of impurity, proclaimed on a physiological basis, but corroborated by theological reflection and, finally, validated by law. Impurity and inferiority were the basis of her exclusion from sacred services. The system thus put in place unites the historical manifestations of the three religious traditions, despite the diversity of contexts and peculiar situations.

Anima e Corpo. Donne e fedi nel mondo mediterraneo (secoli XI-XVI) / isabella Gagliardi. - STAMPA. - (2022), pp. 9-278.

Anima e Corpo. Donne e fedi nel mondo mediterraneo (secoli XI-XVI)

isabella Gagliardi
2022

Abstract

Il libro è una storia sociale delle donne appartenenti alle comunità di fede cristiana, ebraica e islamica del bacino euro mediterraneo e nel periodo compreso tra XI e XVI secolo. Il periodo prescelto è quello compreso tra due importanti snodi storici: i grandi cambiamenti dell’XI secolo, che trasformarono profondamente gli assetti delle società coeve, e quelli del XVI secolo, che videro l’allargamento dei confini del mondo conosciuto dagli europei all’Atlantico. Le storie trattate nel testo appartengono soprattutto a donne il più possibile comuni, privilegiando il più possibile il punto di vista della maggioranza. Si inizia con l’analisi della percezione del corpo femminile nelle tre culture, scegliendo come incipitario il momento di passaggio all’età adulta (il menarca) perché da allora in poi le donne venivano messe in gioco come attori sociali, cioè come future mogli e madri. L’universo della fisiologia femminile era anche il luogo in cui si plasmavano saperi “di donna”: ostetriche, balie, medico, guaritrici. Si insiste, per quanto le fonti superstiti lo consentono, sulle donne medico e si sottolinea che la loro esistenza era resa necessaria anche dal fatto che la decenza e il pudore inducevano a evitare contatti fisici intimi tra medici uomini e pazienti donne. Dalla cultura dominante lo stesso corpo femminile veniva percepito come un’entità ancipite, benigna generatrice di vita ma anche impura collettrice di liquidi (mestruali) malefici e venefici. Ed è a partire dalla fisiologia femminile, dunque, che si origina la riflessione relativa alla debolezza, all’imperfezione della donna. Fisiologicamente imperfetta, giuridicamente incompleta, la donna è eterna dipendente dall’uomo da cui – e in questo le tre culture sono concordi – promanano le regole volte a tutelare l’integrità delle “proprie” donne; un’integrità che doveva condurre al matrimonio all’interno della propria tradizione religiosa di riferimento, tanto che i matrimoni misti erano generalmente vissuti come una iattura. Parallelamente, per quanto è relativo al mondo cristiano, si mostra anche il processo di abolizione del matrimonio dei preti, che diventerà una caratteristica unica dei “tecnici del culto” cattolici, e che consente, inoltre, di recuperare le tracce di antiche coppie di fatto la cui esistenza rischia di sfuggire ai sistemi di trasmissione documentaria. Il matrimonio era, comunque e generalmente, una questione familiare, perché era governato dalle logiche del clan. Speculare contrario rispetto all’intimità della casa sponsale e all’integrità della sposa è l’infamia del bordello e della prostituta: realtà tanto necessaria alla pacificazione sociale ottenuta incanalando verso queste donne “perdute” la libidine maschile, quanto esecrata pur se apportatrice di guadagni che solo in parte ricadevano sulle prostitute stesse. Sono ancora la sessualità e la sua gestione a definire i due estremi del giusto e dello sbagliato: è il comportamento sessuale a definire l’identità della donna e lo è in tutte e tre le culture, al netto delle differenze che pur ci sono tra l’una e l’altra. La casa e la famiglia, più spesso quella d’origine, sono però anche il luogo dell’educazione e dell’istruzione delle donne, dove in alcuni casi si sviluppano talenti e abilità intellettuali e artistiche, come nel caso delle poetesse e rimatrici. La capacità di istruirsi (nel senso più ampio del termine) attraverso percorsi in prevalenza di tipo informale, costituisce senza dubbio la cifra denotativa dei processi di acculturazione delle donne nelle società più antiche che vengono qui recuperati e descritti. Inoltre, i lavori che esse svolgono e che si modellano sulle realtà circostanti rispondendo a bisogni effettivi, sono possibili grazie all’acquisizione di saperi e tecniche che avviene ancora prevalentemente attraverso vie non istituzionali. Anche nei contesti scolastici più umili, accanto all’insegnamento di abilità considerate tipicamente femminili come il cucito o il ricamo, compaiono almeno i rudimenti della lettura e della scrittura e, spesso, il libro la cui si impara a leggere è proprio la Scrittura, nel senso del Testo Sacro, magari tradotto in volgare perché alle donne non era riservato l’insegnamento di livello più elevato, che assicurava la conoscenza delle lingue antiche in cui erano scritti i Testi Sacri e che erano divenute le lingue della cultura alta. Sotto il manto dell’ignoranza della donne, vengono così occultate una nutrita serie di saperi, pratiche e tecniche “semicolte” che, invece, si è cercato di recuperare, valorizzando le rimatrici, accanto alle potesse, le maestre di scuola, le copiste e le miniatrici di manoscritti, come anche le sagge donne esperte di saperi naturalistico-scientifici attinenti alla medicina, all’ostetricia e ginecologia, alla puericultura e alle cure farmacologiche attraverso la manipolazione di erbe, cibi e pietre con le quali si apre, nel primo capitolo, il libro e che ritornano nel quarto insieme ad altre donne che esercitavano mestieri e professioni. Infine, si è ricostruita la fisionomia delle donne in religione: escluse in tutti e tre i contesti culturali monoteistici dall’esercizio attivo della liturgia e del culto, le donne trovarono comunque un ubi consistam marcato. L’esistenza di istituzioni cristiane specificatamente create per le donne come i monasteri e i conventi, ma anche i luoghi di oblazione, i beghinaggi o le confraternite, dettero vita a una specificità della vita cristiana al femminile determinata dal fatto che le donne conducevano vita in comune. Furono l’unico caso di microsocietà di sole donne che così sperimentarono, per quanto mutilata, una qualche forma di autonomia di gruppo. Il mondo ebraico non conobbe istituzioni di tal genere, perciò le monache o le beghine cristiane sono state confrontate le donne ebree particolarmente sagge e pie. Il mondo islamico, invece, generò realtà più comparabili con quelle dei monasteri limitatamente ai ribāt sufi, cioè ai luoghi di vita comune delle donne votate alla vita spirituale. Il processo di continua disamina, definizione e validazione a cui le donne furono sottoposte – in gran parte essendo loro stesse organiche a questo stesso processo o perché consenzienti, o perché capaci di mettere in atto operazioni di dissimulazione e dunque di nascosta resistenza – poggiò su solide fondamenta, costituite da religione, diritto e medicina. La corrispondenza tra norma religiosa e norma giuridica sembra essere quasi immediata nell’ambito ebraico e in quello islamico ma, nel periodo di nostro interesse, essa si fece via via sempre più forte e potente anche nell’ambiente cristiano, in cui il travaso dalla teologia al diritto fu pressoché continuo. La medicina, dal canto suo, intervenne per suggellare con il crisma della scientificità quanto decretato dalla religione e dal diritto. Ne è un caso evidente la questione dell’inferiorità fisica della donna, origine di impurezza, proclamata su base fisiologica, ma corroborata dalla riflessione teologica e, infine, validata dal diritto. Impurezza e inferiorità che furono alla base della sua esclusione dai servizi sacri. Il sistema così messo in atto, accomuna le manifestazioni storiche delle tre tradizioni religiose, pur nella diversità dei contesti e delle situazioni peculiari. --- The book is a social history of women belonging to the Christian, Jewish and Islamic faith communities in the Euro-Mediterranean basin between the 11th and 16th centuries. The period chosen is between two important historical junctures: the great changes of the 11th century, which profoundly transformed the structures of European societies, and the turning point of the 16th century, which the world’s borders arrived to the Atlantic. The stories dealt with in the text belong mainly to ordinary women, privileging the point of view of the majority as much as possible. It begins with an analysis of the female body’s perception in the three cultures, choosing the moment of transition to adulthood (the menarche) when the women were brought into play as social actors, i.e. as future wives and mothers. The universe of female physiology was also the place where women's' knowledge was shaped: midwives, nannies, doctors, healers. Emphasis is placed, as far as the surviving sources allow, on women doctors. By the dominant culture, the female body itself was perceived as an ancipitous entity, benign life-generating but also impure collector of malefic and venomous (menstrual) fluids. And it is from female physiology, therefore, that the reflection on the weakness, the imperfection of women originates. Physiologically imperfect, legally incomplete, the woman is eternally dependent on the man from whom - and in this the three cultures agree - emanate the rules aimed at protecting the integrity of 'their' women; an integrity that had to lead to marriage within their own religious tradition of reference, so much so that mixed marriages were generally experienced as a curse. Parallel to this, as far as the Christian world is concerned, there is the process of abolishing the marriage of priests, which was to become a unique characteristic of Catholic 'cult technicians', and which also made it possible to recover traces of ancient de facto couples whose existence is likely to escape the systems of documentary transmission. Marriage was, however and generally, a family affair, because it was governed by the logic of the clan. Contrary to the intimacy of the marital home and the integrity of the bride is the brothel and the prostitute’s infamy: a reality as necessary to the social pacification obtained by channeling male lust towards these 'lost' women, as execrated even though it brought earnings that only in part fell on the prostitutes themselves. It is still sexuality and its management that defines the two extremes of right and wrong: it is sexual behavior that defines a woman's identity, and it is so in all three cultures, notwithstanding the differences between them. However, the home and family, most often the family of origin, are also the place of women's upbringing and education, where in some cases intellectual and artistic talents and skills are developed, as in the case of female poets and rhymesters. The ability to educate oneself through predominantly informal pathways undoubtedly constitutes the denotative feature of the women's acculturation process in the most ancient societies that are recovered and described here. Moreover, the jobs they perform, which are modelled on the surrounding realities by responding to actual needs, are possible thanks to the acquisition of knowledge and techniques that still occurs predominantly through non-institutional routes. Even in the most humble scholastic contexts, alongside the teaching of skills considered typically feminine such as sewing or embroidery, at least the rudiments of reading and writing appear, and often the book one learns to read is precisely the Scripture, in the sense of the Sacred Text, perhaps translated into the vernacular because women were not reserved for the higher level of teaching, which ensured knowledge of the ancient languages in which the Sacred Texts were written and which had become the languages of high culture. Under the cloak of women's ignorance, a vast array of 'semi-cult' knowledge, practices and techniques are thus concealed, which, on the contrary, we have tried to recover, valorising the schoolteachers, copyists and illuminators of manuscripts, as well as the wise women experts in naturalistic-scientific knowledge relating to medicine, obstetrics and gynecology, childcare and pharmacological cures through the manipulation of herbs, food and stones, with whom the book opens in the first chapter and who return in the fourth together with other women who practiced trades and professions. Finally, the physiognomy of women in religion was reconstructed: excluded in all three monotheistic cultural contexts from the active exercise of liturgy and worship, women nevertheless found a marked ubi consistam.The Christian institutions specifically created for women such as monasteries and convents, but also places of oblation, beguinages or confraternities, gave rise to a specificity of Christian life for women determined by the fact that women led communal lives. They were the only case of women-only micro-societies that thus experienced, albeit mutilated, some form of group autonomy. The Jewish world knew no such institutions, so Christian nuns or beghines were compared to particularly wise and pious Jewish women. The Islamic world, on the other hand, generated realities more comparable to those of the monasteries limited to the Sufi ribāt, that is, the places where women devoted to the spiritual life lived together. The process of continuous scrutiny, definition and validation to which women were subjected - for the most part they were organic to this same process, either because they consented, or because they were capable of carrying out operations of dissimulation and therefore of hidden resistance - rested on solid foundations, consisting of religion, law and medicine. The correspondence between religious norm and legal norm seems to be almost immediate in the Jewish and Islamic spheres but, in the period of our interest, it gradually became stronger and more powerful even in the Christian environment, where the transfer from theology to law was almost continuous. Medicine, for its part, intervened to seal with the chrism of scientificity what had been decreed by religion and law. An obvious case in point is the question of the physical inferiority of women, the origin of impurity, proclaimed on a physiological basis, but corroborated by theological reflection and, finally, validated by law. Impurity and inferiority were the basis of her exclusion from sacred services. The system thus put in place unites the historical manifestations of the three religious traditions, despite the diversity of contexts and peculiar situations.
978-88-290-1744-7
9
278
isabella Gagliardi
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