Fare un giro sui social, oggigiorno, vuol dire incontrare una pletora di post e commenti spesso scritti in maniera sciatta oppure con contenuti offensivi, violenti o imbarazzanti (che provocano “cringe”, direbbero i rappresentanti della Generazione Z, ossia i giovanissimi). La sensazione che i social abbiano provocato un peggioramento nelle competenze comunicative delle persone è diffusa; tuttavia, io ritengo piuttosto che negli ultimi anni – ma soprattutto durante i mesi della pandemia – una moltitudine di persone non aduse al social networking si sia riversata online, evidenziando una cosa: che comunicare bene, in qualsiasi contesto, è qualcosa che si deve imparare a fare. I social hanno dotato tutti di un megafono, ma non delle istruzioni per usarlo bene. Quelle, ce le dobbiamo costruire progressivamente. Le parole non sono mai “solo parole”: sono ponti verso coloro che ci circondano, finestre su mondi, ganci a grappoli di significati. In più, sono la caratteristica che più di tutte ci differenzia dagli altri animali: grazie alle parole possiamo astrarci dal “qui e ora” e narrare (e vivere) il passato, il presente e il futuro. Siamo esseri narranti e narrati: con le parole ci definiamo agli occhi degli altri, come gli altri si definiscono ai nostri occhi. Le parole diventano ancora più centrali nell’onlife, secondo la definizione del filosofo Luciano Floridi: è la vita di oggi, continuamente in oscillazione tra online e offline, tra reale e virtuale. Nell’esodo di massa verso i lidi social, ecco che usare bene le parole diviene ancora più rilevante: la comunicazione mediata, infatti, ci priva di una serie di elementi sui quali facciamo normalmente affidamento quando ci confrontiamo con una persona de visu: dalla mimica facciale alla prossemica, dalla gestualità allo sguardo. E così, la parola rimane per così dire nuda, e quindi più fraintendibile, con due aggravanti: su internet, ciò che comunichiamo diviene di fatto incontrollabile (e più sarà imbarazzante per noi, meno sarà possibile controllarne la diffusione) e immortale. Come difendersi, dunque, dai rischi? O magari, come rendere la nostra comunicazione in rete un’esperienza piacevole e appagante?

Comunicare nell'era dei social / Vera Gheno. - In: UN PEDIATRA PER AMICO. - ISSN 2038-5986. - STAMPA. - (2021), pp. 62-63.

Comunicare nell'era dei social

Vera Gheno
2021

Abstract

Fare un giro sui social, oggigiorno, vuol dire incontrare una pletora di post e commenti spesso scritti in maniera sciatta oppure con contenuti offensivi, violenti o imbarazzanti (che provocano “cringe”, direbbero i rappresentanti della Generazione Z, ossia i giovanissimi). La sensazione che i social abbiano provocato un peggioramento nelle competenze comunicative delle persone è diffusa; tuttavia, io ritengo piuttosto che negli ultimi anni – ma soprattutto durante i mesi della pandemia – una moltitudine di persone non aduse al social networking si sia riversata online, evidenziando una cosa: che comunicare bene, in qualsiasi contesto, è qualcosa che si deve imparare a fare. I social hanno dotato tutti di un megafono, ma non delle istruzioni per usarlo bene. Quelle, ce le dobbiamo costruire progressivamente. Le parole non sono mai “solo parole”: sono ponti verso coloro che ci circondano, finestre su mondi, ganci a grappoli di significati. In più, sono la caratteristica che più di tutte ci differenzia dagli altri animali: grazie alle parole possiamo astrarci dal “qui e ora” e narrare (e vivere) il passato, il presente e il futuro. Siamo esseri narranti e narrati: con le parole ci definiamo agli occhi degli altri, come gli altri si definiscono ai nostri occhi. Le parole diventano ancora più centrali nell’onlife, secondo la definizione del filosofo Luciano Floridi: è la vita di oggi, continuamente in oscillazione tra online e offline, tra reale e virtuale. Nell’esodo di massa verso i lidi social, ecco che usare bene le parole diviene ancora più rilevante: la comunicazione mediata, infatti, ci priva di una serie di elementi sui quali facciamo normalmente affidamento quando ci confrontiamo con una persona de visu: dalla mimica facciale alla prossemica, dalla gestualità allo sguardo. E così, la parola rimane per così dire nuda, e quindi più fraintendibile, con due aggravanti: su internet, ciò che comunichiamo diviene di fatto incontrollabile (e più sarà imbarazzante per noi, meno sarà possibile controllarne la diffusione) e immortale. Come difendersi, dunque, dai rischi? O magari, come rendere la nostra comunicazione in rete un’esperienza piacevole e appagante?
2021
62
63
Vera Gheno
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