«Viviamo sotto una pioggia ininterrotta d’immagini; i più potenti media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola d’immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria; ma non si dissolve una sensazione d’estraneità e di disagio». Non sono parole mie: le ha scritte Italo Calvino nel suo capolavoro “Lezioni americane”, la cui pubblicazione risale al 1988. Già più di trent’anni fa l’autore percepiva il disagio provocato da una eccessiva esposizione alle immagini, che finiscono per perdere di mordente: con gli occhi sovraccaricati, stancati dall’eterno caleidoscopio al quale siamo continuamente esposti, finiamo per provare una vera e propria nausea da indigestione visiva. Con l’avvento dei cosiddetti nuovi media (che, ricordo, ormai hanno una trentina d’anni, anche se ci ostiniamo a chiamarli “nuovi”), noi non “subiamo” solo la fantasmagoria di immagini che ci propinano i mezzi di comunicazione di massa, bensì diventiamo a nostra volta produttori di contenuti, in questo caso visivi. Li pubblichiamo come foto o spezzoni video sui nostri profili social con una certa leggerezza, spesso senza pensare alle conseguenze di queste nostre azioni. Ci comportiamo sovente come se stessimo mostrando agli amici l’album delle nostre fotografie preferite, quando invece l’azione avviene davanti a un pubblico enormemente più ampio, di fatto incalcolabile. E mentre quando mostriamo (o forse mostravamo) l’album di fotografie agli amici nel nostro salotto l’esperienza finiva quando decidevamo di riporlo, adesso quella voglia momentanea di condivisione crea un’unità informativa che, per quanto possiamo stare attenti, ha la potenzialità di girare in rete senza che noi possiamo più controllarne la circolazione. Peraltro, più l’immagine può potenzialmente creare disagio e imbarazzo, e più verrà condivisa, diventando in breve tempo ineradicabile dalla rete. E questo succede se condividiamo un’immagine in un gruppo WhatsApp tanto quanto se la pubblichiamo su Instagram, Facebook o Twitter; sia che abbiamo il profilo pubblico sia che lo abbiamo privato, perfino se carichiamo un video a uso privato su Youtube.

Virtuale è reale: il potere delle immagini nell'era dei social media / Vera Gheno. - In: UN PEDIATRA PER AMICO. - ISSN 2038-5986. - STAMPA. - (2021), pp. 62-63.

Virtuale è reale: il potere delle immagini nell'era dei social media

Vera Gheno
2021

Abstract

«Viviamo sotto una pioggia ininterrotta d’immagini; i più potenti media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola d’immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria; ma non si dissolve una sensazione d’estraneità e di disagio». Non sono parole mie: le ha scritte Italo Calvino nel suo capolavoro “Lezioni americane”, la cui pubblicazione risale al 1988. Già più di trent’anni fa l’autore percepiva il disagio provocato da una eccessiva esposizione alle immagini, che finiscono per perdere di mordente: con gli occhi sovraccaricati, stancati dall’eterno caleidoscopio al quale siamo continuamente esposti, finiamo per provare una vera e propria nausea da indigestione visiva. Con l’avvento dei cosiddetti nuovi media (che, ricordo, ormai hanno una trentina d’anni, anche se ci ostiniamo a chiamarli “nuovi”), noi non “subiamo” solo la fantasmagoria di immagini che ci propinano i mezzi di comunicazione di massa, bensì diventiamo a nostra volta produttori di contenuti, in questo caso visivi. Li pubblichiamo come foto o spezzoni video sui nostri profili social con una certa leggerezza, spesso senza pensare alle conseguenze di queste nostre azioni. Ci comportiamo sovente come se stessimo mostrando agli amici l’album delle nostre fotografie preferite, quando invece l’azione avviene davanti a un pubblico enormemente più ampio, di fatto incalcolabile. E mentre quando mostriamo (o forse mostravamo) l’album di fotografie agli amici nel nostro salotto l’esperienza finiva quando decidevamo di riporlo, adesso quella voglia momentanea di condivisione crea un’unità informativa che, per quanto possiamo stare attenti, ha la potenzialità di girare in rete senza che noi possiamo più controllarne la circolazione. Peraltro, più l’immagine può potenzialmente creare disagio e imbarazzo, e più verrà condivisa, diventando in breve tempo ineradicabile dalla rete. E questo succede se condividiamo un’immagine in un gruppo WhatsApp tanto quanto se la pubblichiamo su Instagram, Facebook o Twitter; sia che abbiamo il profilo pubblico sia che lo abbiamo privato, perfino se carichiamo un video a uso privato su Youtube.
2021
62
63
Vera Gheno
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