La primavera delle parole: i neologismi Uno dei segni che una lingua è in salute è la creazione di parole nuove: se uno dei compiti di un idioma è quello di descrivere la realtà, è normale che, al mutare di quest’ultima, i parlanti sentano il bisogno di termini che prima non c’erano. L’italiano ha un nucleo che discende per tradizione diretta dal latino, ma nel corso dei secoli è stato arricchito da tanti termini creati o internamente all’italiano o presi in prestito da altre lingue. Dante, ad esempio, era un grandissimo onomaturgo, ossia inventore di parole. Gli piacevano in particolare i verbi formati con il prefisso in aggiunto a qualsiasi elemento, come in+sempre = insemprarsi ‘durare per sempre’ o il mio preferito, infuturarsi ‘prolungarsi nel futuro’, che mi è sempre sembrato un bellissimo augurio: possa la nostra amicizia infuturarsi. Poiché le parole nascono spesso dall’esigenza dei parlanti, spesso vengono create quando si incontra un fenomeno prima sconosciuto agli italiani e quindi all’italiano stesso. Si pensi a uragano: nel Mediterraneo gli uragani non esistono, dato che il nostro mare è relativamente contenuto nelle dimensioni e non si riescono, normalmente, a generare fenomeni così intensi. Probabilmente, quando i nostri navigatori giunsero nel mar dei Caraibi, incontrarono la furia di questa manifestazione meteorologica a loro sconosciuta; chiesero, quindi, agli indigeni come lo chiamassero loro: huracàn. Non a caso, le prime attestazioni di forme come furacan o houracan in testi italiani risalgono ai primi decenni del ’500, per lasciare poi il posto al termine che usiamo oggi verso la fine del ’600. Uragano deriva dunque da huracàn, come bistecca lo da beef-steak e salamelecco dal saluto arabo salam alayk ‘pace a te’: per molto tempo, abbiamo adattato i forestierismi alla morfologia dell’italiano, pratica oggi caduta quasi del tutto in disuso (altrimenti diremmo computiere e non computer). Per rimanere in ambito climatico, pensiamo a un’acquisizione recente: tsunami, termine giapponese, letteralmente ‘onda sul porto’, che indica l’enorme onda distruttrice creata da un terremoto sottomarino o meglio, un maremoto. In italiano esisteva già l’espressione onda anomala; come mai nell’uso ha finito, almeno in alcuni contesti, a prevalere tsunami? La risposta è poco scientifica e molto impressionistica. Probabilmente hanno influito, sulla circolazione di questo esotismo, i due grandi tsunami della storia recente: quello del sud-est asiatico del 2004 e quello del Giappone del 2011. Sono eventi particolarmente impressionanti perché abbiamo visto moltissime testimonianze videoregistrate delle catastrofi; la crudezza delle immagini, che sovente ci colpisce più delle loro descrizioni a parole, ha fatto sì che, in quanto a espressività, tsunami ci sembrasse più “forte” di “onda anomala”, fino quasi a soppiantarlo. Finiamo con una parola che molti, erroneamente, hanno identificato come neologismo: gelicidio. Soprattutto nei primi mesi del 2017 e del 2018 si è parlato di questo fenomeno molto particolare: semplificando, si tratta di una pioggia che cade sotto forma di acqua, per ghiacciarsi una volta arrivata a terra, formando un letale strato di ghiaccio su ogni cosa. Ebbene, molti non avevano mai sentito prima questa parola, e l’hanno frettolosamente classificata come un neologismo (manifestando il consueto fastidio), magari creato sulla scia di femminicidio, altra parola molto contestata perché ritenuta da molti innecessaria: gelicidio sarà ‘uccisione del gelo’, dunque? Basta aprire un dizionario per scoprire che no, gelicidio non è un neologismo, ma anzi, una parola molto antica dell’italiano: le prime attestazioni risalgono al ’300, e la parola va accostata non a femminicidio ma a stillicidio. Quest’ultimo significa ‘caduta di gocce’, esattamente come gelicidio vuol dire, letteralmente, ‘caduta di gelo’, e deriva dal latino tardo gelicĭdĭu(m), composto di gelum ‘gelo’ e -cĭdĭum, dal tema di cadĕre ‘cadere’. Tornando ai neologismi, l’eventuale resistenza al loro uso – con giudizi come “a me apericena fa schifo” – è naturale: noi persone istintivamente non amiamo il cambiamento, ma preferiremmo che la realtà rimanesse tale e quale a come l’abbiamo sempre conosciuta. Il cambiamento richiede, da parte nostra, sempre un piccolo sforzo di adattamento. Da una parte possiamo rassicurare chi tiene alla propria lingua: le parole nuove sono sane, e non contribuiscono, di per sé, alla rovina dell’italiano. In più, il loro ingresso nel vocabolario non è deciso da altri, ma da noi stessi: siamo noi parlanti che, usando le parole, le facciamo diventare statisticamente rilevanti fino a farle entrare nei dizionari. D’altra parte, è chiaro pure che il troppo stroppia: un impiego armonico della propria lingua madre richiede di saper usare altrettanto bene i termini abituali come gli eventuali neologismi, compresi i forestierismi, riservando l’uso di questi ultimi ai casi in cui risultino davvero utili per la comunicazione.
La primavera delle parole: i neologismi / Vera Gheno. - In: TOSCANAOGGI. - STAMPA. - 11:(2018), pp. 17-17.
La primavera delle parole: i neologismi
Vera Gheno
2018
Abstract
La primavera delle parole: i neologismi Uno dei segni che una lingua è in salute è la creazione di parole nuove: se uno dei compiti di un idioma è quello di descrivere la realtà, è normale che, al mutare di quest’ultima, i parlanti sentano il bisogno di termini che prima non c’erano. L’italiano ha un nucleo che discende per tradizione diretta dal latino, ma nel corso dei secoli è stato arricchito da tanti termini creati o internamente all’italiano o presi in prestito da altre lingue. Dante, ad esempio, era un grandissimo onomaturgo, ossia inventore di parole. Gli piacevano in particolare i verbi formati con il prefisso in aggiunto a qualsiasi elemento, come in+sempre = insemprarsi ‘durare per sempre’ o il mio preferito, infuturarsi ‘prolungarsi nel futuro’, che mi è sempre sembrato un bellissimo augurio: possa la nostra amicizia infuturarsi. Poiché le parole nascono spesso dall’esigenza dei parlanti, spesso vengono create quando si incontra un fenomeno prima sconosciuto agli italiani e quindi all’italiano stesso. Si pensi a uragano: nel Mediterraneo gli uragani non esistono, dato che il nostro mare è relativamente contenuto nelle dimensioni e non si riescono, normalmente, a generare fenomeni così intensi. Probabilmente, quando i nostri navigatori giunsero nel mar dei Caraibi, incontrarono la furia di questa manifestazione meteorologica a loro sconosciuta; chiesero, quindi, agli indigeni come lo chiamassero loro: huracàn. Non a caso, le prime attestazioni di forme come furacan o houracan in testi italiani risalgono ai primi decenni del ’500, per lasciare poi il posto al termine che usiamo oggi verso la fine del ’600. Uragano deriva dunque da huracàn, come bistecca lo da beef-steak e salamelecco dal saluto arabo salam alayk ‘pace a te’: per molto tempo, abbiamo adattato i forestierismi alla morfologia dell’italiano, pratica oggi caduta quasi del tutto in disuso (altrimenti diremmo computiere e non computer). Per rimanere in ambito climatico, pensiamo a un’acquisizione recente: tsunami, termine giapponese, letteralmente ‘onda sul porto’, che indica l’enorme onda distruttrice creata da un terremoto sottomarino o meglio, un maremoto. In italiano esisteva già l’espressione onda anomala; come mai nell’uso ha finito, almeno in alcuni contesti, a prevalere tsunami? La risposta è poco scientifica e molto impressionistica. Probabilmente hanno influito, sulla circolazione di questo esotismo, i due grandi tsunami della storia recente: quello del sud-est asiatico del 2004 e quello del Giappone del 2011. Sono eventi particolarmente impressionanti perché abbiamo visto moltissime testimonianze videoregistrate delle catastrofi; la crudezza delle immagini, che sovente ci colpisce più delle loro descrizioni a parole, ha fatto sì che, in quanto a espressività, tsunami ci sembrasse più “forte” di “onda anomala”, fino quasi a soppiantarlo. Finiamo con una parola che molti, erroneamente, hanno identificato come neologismo: gelicidio. Soprattutto nei primi mesi del 2017 e del 2018 si è parlato di questo fenomeno molto particolare: semplificando, si tratta di una pioggia che cade sotto forma di acqua, per ghiacciarsi una volta arrivata a terra, formando un letale strato di ghiaccio su ogni cosa. Ebbene, molti non avevano mai sentito prima questa parola, e l’hanno frettolosamente classificata come un neologismo (manifestando il consueto fastidio), magari creato sulla scia di femminicidio, altra parola molto contestata perché ritenuta da molti innecessaria: gelicidio sarà ‘uccisione del gelo’, dunque? Basta aprire un dizionario per scoprire che no, gelicidio non è un neologismo, ma anzi, una parola molto antica dell’italiano: le prime attestazioni risalgono al ’300, e la parola va accostata non a femminicidio ma a stillicidio. Quest’ultimo significa ‘caduta di gocce’, esattamente come gelicidio vuol dire, letteralmente, ‘caduta di gelo’, e deriva dal latino tardo gelicĭdĭu(m), composto di gelum ‘gelo’ e -cĭdĭum, dal tema di cadĕre ‘cadere’. Tornando ai neologismi, l’eventuale resistenza al loro uso – con giudizi come “a me apericena fa schifo” – è naturale: noi persone istintivamente non amiamo il cambiamento, ma preferiremmo che la realtà rimanesse tale e quale a come l’abbiamo sempre conosciuta. Il cambiamento richiede, da parte nostra, sempre un piccolo sforzo di adattamento. Da una parte possiamo rassicurare chi tiene alla propria lingua: le parole nuove sono sane, e non contribuiscono, di per sé, alla rovina dell’italiano. In più, il loro ingresso nel vocabolario non è deciso da altri, ma da noi stessi: siamo noi parlanti che, usando le parole, le facciamo diventare statisticamente rilevanti fino a farle entrare nei dizionari. D’altra parte, è chiaro pure che il troppo stroppia: un impiego armonico della propria lingua madre richiede di saper usare altrettanto bene i termini abituali come gli eventuali neologismi, compresi i forestierismi, riservando l’uso di questi ultimi ai casi in cui risultino davvero utili per la comunicazione.I documenti in FLORE sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.



