Questo contributo pone all’attenzione l’esperienza danese delle “case della cultura” quale paradigma di un atteggiamento pragmatico nei confronti della città. Le case della cultura, Kulturhusene in danese, sono spazi dedicati ad attività culturali, sociali e civiche, creati per offrire ai residenti la possibilità di incontrarsi, costruire e plasmare insieme una comunità. La prima casa della cultura fu creata nel 1980 circa a Copenaghen e ad oggi nella sola capitale danese se ne contano venticinque, sparse in maniera uniforme su tutto il territorio municipale. Le case della cultura sono spazi sostanzialmente comunali tuttavia diversi per genesi, gestione e attività praticate, molto dipende dalle specifiche caratteristiche dell’area in cui sorgono, dalle comunità o dalle libere associazioni che le supportano e le promuovono. Accanto ad alcuni progetti realizzati dagli architetti più blasonati, la maggior parte delle case della cultura nascono in spazi di recupero che hanno perso la loro originaria funzione e/o dimenticati dalla modernità poiché non più produttivi o economicamente vantaggiosi. Vecchie stazioni, spazi industriali, ville abbandonate ed anche luoghi di culto, le case della cultura nascono laddove se ne presenti l’occasione, dove le istituzioni interessate siano capaci, in qualche misura, di accordarsi per rispondere alle molteplici esigenze della collettività. Benché ogni casa della cultura costituisca un episodio con propri tratti distintivi, queste, viste tutte nel loro insieme, creano una rete nella città contemporanea. Premesso che le Kulturhusene sono ormai divenute l'istituzione culturale più diffusa in Danimarca, sorte di incubatori sociali e di impresa, possiamo pensare ad una loro esportazione/declinazione anche nel nostro paese? Il patrimonio ecclesiale non in uso è tale, per morfologia e dislocazione, da avviare e/o contribuire, sia pure in minima parte, all’avvio di una rete di spazi a favore della collettività e dei suoi valori? Soprattutto, quali riflessi sul più vasto spazio urbano?

Questioni di cultura / emiliano romagnoli. - STAMPA. - (2026), pp. 131-140. (Territori di chiese in trasformazione Fondazione cardinale Giacomo Lercaro, via Rivadi Reno 57, Bologna 8-9 maggio 2025).

Questioni di cultura

emiliano romagnoli
2026

Abstract

Questo contributo pone all’attenzione l’esperienza danese delle “case della cultura” quale paradigma di un atteggiamento pragmatico nei confronti della città. Le case della cultura, Kulturhusene in danese, sono spazi dedicati ad attività culturali, sociali e civiche, creati per offrire ai residenti la possibilità di incontrarsi, costruire e plasmare insieme una comunità. La prima casa della cultura fu creata nel 1980 circa a Copenaghen e ad oggi nella sola capitale danese se ne contano venticinque, sparse in maniera uniforme su tutto il territorio municipale. Le case della cultura sono spazi sostanzialmente comunali tuttavia diversi per genesi, gestione e attività praticate, molto dipende dalle specifiche caratteristiche dell’area in cui sorgono, dalle comunità o dalle libere associazioni che le supportano e le promuovono. Accanto ad alcuni progetti realizzati dagli architetti più blasonati, la maggior parte delle case della cultura nascono in spazi di recupero che hanno perso la loro originaria funzione e/o dimenticati dalla modernità poiché non più produttivi o economicamente vantaggiosi. Vecchie stazioni, spazi industriali, ville abbandonate ed anche luoghi di culto, le case della cultura nascono laddove se ne presenti l’occasione, dove le istituzioni interessate siano capaci, in qualche misura, di accordarsi per rispondere alle molteplici esigenze della collettività. Benché ogni casa della cultura costituisca un episodio con propri tratti distintivi, queste, viste tutte nel loro insieme, creano una rete nella città contemporanea. Premesso che le Kulturhusene sono ormai divenute l'istituzione culturale più diffusa in Danimarca, sorte di incubatori sociali e di impresa, possiamo pensare ad una loro esportazione/declinazione anche nel nostro paese? Il patrimonio ecclesiale non in uso è tale, per morfologia e dislocazione, da avviare e/o contribuire, sia pure in minima parte, all’avvio di una rete di spazi a favore della collettività e dei suoi valori? Soprattutto, quali riflessi sul più vasto spazio urbano?
2026
Territori di chiese in trasformazione
Territori di chiese in trasformazione
Fondazione cardinale Giacomo Lercaro, via Rivadi Reno 57, Bologna
8-9 maggio 2025
emiliano romagnoli
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