Il contributo indaga il confine come spazio dinamico di produzione culturale, mettendo in dialogo la Storia dell’Arte con i Border Studies. I paesaggi di confine sono intesi come interstizi estetici, politici e sociali nei quali identità, memorie e appartenenze si configurano come processi in continua ridefinizione. In questa prospettiva, le pratiche artistiche indigene contemporanee operano una critica dei dispositivi espositivi occidentali, ristrutturandone dall’interno le coordinate epistemologiche. L’analisi si concentra su tre casi studio presentati alla Biennale di Venezia (Padiglione del Cile e Padiglione Sámi alla Biennale Arte 2022; ‘Padiglione Foresta’ di Paulo Tavares/au tonoma alla Biennale Architettura 2023), affiancati dal lavoro di Kent Monkman in ambito nordamericano. Attraverso un approccio comparato, il saggio dimostra come tali pratiche non si limitino a rivendicare identità culturali, ma trasformino il padiglione nazionale e il museo in spazi di critica sistemica e di immaginazione ecologica decoloniale. This article explores the border as a dynamic space of cultural production, bringing Art History into dialogue with Border Studies. Borderscapes are understood as aesthetic, political, and social interstices in which identities, memories, and belongings emerge as constantly evolving processes. From this perspective, contemporary Indigenous artistic practices critically engage with Western exhibitionary systems, restructuring their epistemological coordinates from within. The analysis focuses on three case studies presented at the Venice Biennale (the Chile Pavilion and the Sámi Pavilion at the 2022 Art Biennale; and the ‘Forest Pavilion’ by Paulo Tavares/autonoma at the 2023 Architecture Biennale), alongside Kent Monkman’s work in North America. Through a comparative approach, the article demonstrates that these practices move beyond the assertion of cultural identities to transform the national pavilion and the museum into spaces of systemic critique and decolonial ecological imagination.
Visioni di mondi possibili: arte e immaginari indigeni / Giorgio Bacci. - In: CRITICA D'ARTE. - ISSN 0011-1511. - STAMPA. - Anno LXXXIII:(2026), pp. 75-91.
Visioni di mondi possibili: arte e immaginari indigeni
Giorgio Bacci
2026
Abstract
Il contributo indaga il confine come spazio dinamico di produzione culturale, mettendo in dialogo la Storia dell’Arte con i Border Studies. I paesaggi di confine sono intesi come interstizi estetici, politici e sociali nei quali identità, memorie e appartenenze si configurano come processi in continua ridefinizione. In questa prospettiva, le pratiche artistiche indigene contemporanee operano una critica dei dispositivi espositivi occidentali, ristrutturandone dall’interno le coordinate epistemologiche. L’analisi si concentra su tre casi studio presentati alla Biennale di Venezia (Padiglione del Cile e Padiglione Sámi alla Biennale Arte 2022; ‘Padiglione Foresta’ di Paulo Tavares/au tonoma alla Biennale Architettura 2023), affiancati dal lavoro di Kent Monkman in ambito nordamericano. Attraverso un approccio comparato, il saggio dimostra come tali pratiche non si limitino a rivendicare identità culturali, ma trasformino il padiglione nazionale e il museo in spazi di critica sistemica e di immaginazione ecologica decoloniale. This article explores the border as a dynamic space of cultural production, bringing Art History into dialogue with Border Studies. Borderscapes are understood as aesthetic, political, and social interstices in which identities, memories, and belongings emerge as constantly evolving processes. From this perspective, contemporary Indigenous artistic practices critically engage with Western exhibitionary systems, restructuring their epistemological coordinates from within. The analysis focuses on three case studies presented at the Venice Biennale (the Chile Pavilion and the Sámi Pavilion at the 2022 Art Biennale; and the ‘Forest Pavilion’ by Paulo Tavares/autonoma at the 2023 Architecture Biennale), alongside Kent Monkman’s work in North America. Through a comparative approach, the article demonstrates that these practices move beyond the assertion of cultural identities to transform the national pavilion and the museum into spaces of systemic critique and decolonial ecological imagination.| File | Dimensione | Formato | |
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