Il capitolo analizza il ritorno della fame come arma di guerra nei conflitti contemporanei, interpretandola non come semplice conseguenza delle ostilità, ma come strumento deliberato di coercizione politica, controllo territoriale e distruzione sociale. L’analisi adotta una prospettiva interdisciplinare, integrando le dimensioni economica, giuridica e politico-istituzionale e collocando la sicurezza alimentare nel più ampio quadro della governance globale. Sul piano economico, il conflitto compromette produzione, mercati, infrastrutture e accesso al cibo, generando effetti persistenti su capitale umano, produttività e stabilità macroeconomica. La relazione è inoltre circolare: l’insicurezza alimentare può alimentare fragilità istituzionale, instabilità e nuovi conflitti. Sul piano giuridico, il diritto al cibo, il diritto internazionale umanitario e il diritto penale internazionale convergono nel vietare l’affamamento intenzionale dei civili, fino alla sua qualificazione come crimine di guerra. Permane tuttavia un profondo divario tra codificazione normativa ed enforcement, dovuto a ostacoli probatori e giurisdizionali, scarsa cooperazione degli Stati e condizionamenti geopolitici. I casi di Yemen, Ucraina, Tigray, Sudan e Gaza mostrano concretamente come blocchi, distruzione delle capacità produttive, manipolazione dei mercati e ostacoli agli aiuti trasformino vulnerabilità preesistenti in crisi alimentari sistemiche. Il capitolo evidenzia quindi il ruolo cruciale, ma ancora insufficiente, delle Nazioni Unite, delle agenzie umanitarie e della Corte Penale Internazionale. Propone una governance multilivello fondata su tre pilastri: prevenzione e accountability, resilienza economica e riconoscimento della sicurezza alimentare come bene pubblico globale. La tesi conclusiva è che rendere effettivo il divieto della fame come arma richieda non soltanto dichiararla illegale, ma aumentarne concretamente i costi politici, economici e giudiziari, rafforzando il multilateralismo e trasformando le norme internazionali in strumenti effettivi di garanzia.
La fame come arma di guerra e il ruolo degli organismi internazionali / Donato Romano. - STAMPA. - 381:(2026), pp. 264-295. (Guerra e pace nelle prospettive economiche, sociali, morali e religiose Roma 1-3 dicembre 2025).
La fame come arma di guerra e il ruolo degli organismi internazionali
Donato Romano
2026
Abstract
Il capitolo analizza il ritorno della fame come arma di guerra nei conflitti contemporanei, interpretandola non come semplice conseguenza delle ostilità, ma come strumento deliberato di coercizione politica, controllo territoriale e distruzione sociale. L’analisi adotta una prospettiva interdisciplinare, integrando le dimensioni economica, giuridica e politico-istituzionale e collocando la sicurezza alimentare nel più ampio quadro della governance globale. Sul piano economico, il conflitto compromette produzione, mercati, infrastrutture e accesso al cibo, generando effetti persistenti su capitale umano, produttività e stabilità macroeconomica. La relazione è inoltre circolare: l’insicurezza alimentare può alimentare fragilità istituzionale, instabilità e nuovi conflitti. Sul piano giuridico, il diritto al cibo, il diritto internazionale umanitario e il diritto penale internazionale convergono nel vietare l’affamamento intenzionale dei civili, fino alla sua qualificazione come crimine di guerra. Permane tuttavia un profondo divario tra codificazione normativa ed enforcement, dovuto a ostacoli probatori e giurisdizionali, scarsa cooperazione degli Stati e condizionamenti geopolitici. I casi di Yemen, Ucraina, Tigray, Sudan e Gaza mostrano concretamente come blocchi, distruzione delle capacità produttive, manipolazione dei mercati e ostacoli agli aiuti trasformino vulnerabilità preesistenti in crisi alimentari sistemiche. Il capitolo evidenzia quindi il ruolo cruciale, ma ancora insufficiente, delle Nazioni Unite, delle agenzie umanitarie e della Corte Penale Internazionale. Propone una governance multilivello fondata su tre pilastri: prevenzione e accountability, resilienza economica e riconoscimento della sicurezza alimentare come bene pubblico globale. La tesi conclusiva è che rendere effettivo il divieto della fame come arma richieda non soltanto dichiararla illegale, ma aumentarne concretamente i costi politici, economici e giudiziari, rafforzando il multilateralismo e trasformando le norme internazionali in strumenti effettivi di garanzia.| File | Dimensione | Formato | |
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