Sebbene sia stata composta in una cultura patriarcale, già la Scrittura, a partire dall’Antico Testamento, dispiega, accanto a un linguaggio maschile, anche un linguaggio femminile per connotare Dio: non solo monte, roccia o leone, ma anche madre uccello è Dio, simile a una partoriente o ad una chioccia. Seguendo la linea della Scrittura, anche i Padri della Chiesa, a partire da Clemente di Alessandria, si fanno portavoce di una lettura che contempla, accanto ad un linguaggio maschile, anche uno femminile per definire non solo Dio, ma anche il Figlio e lo Spirito Santo. Se tutto questo è vero, è pur vero che gli scrittori cristiani antichi, da Giustino ad Agostino, sono pronti a ribadire l'impotenza del linguaggio umano nei confronti di Dio. Se i generi grammaticali non possono circoscrivere l’incommensurabilità divina che si è fatta commensurabilità, la varietà dei vocaboli sta ad indicare la trascendenza divina. Il linguaggio umano è inadeguato a racchiudere l’essenza di un Dio che non è né uomo né donna: Dio è il Trascendente, l’Altro per eccellenza. E allora? Andando oltre le particolari immagini legate al femminile e al maschile, come dimostrano tanto i padri Cappadoci nella pars orientalis quanto Agostino nella pars occidentalis, è la Trinità, con le sue tre persone, a dettare un linguaggio non di genere, ma basato su relazione e comunione nella diversità. Padre, Figlio e Spirito diventano nomi di persone che si distinguono tra loro per le relazioni reciproche, delineando un modello lontano da rapporti di sottomissione e dominio. La vita divina è in ultima istanza una pericoretica effusione di amore. Come insegna Agostino, se desideriamo sapere davvero qualcosa di quel Dio, che è conosciuto intellettualmente negando tutti i simboli, solo nell’amore lo comprendiamo davvero. Il mistero cristiano è de facto il mistero di un amore insondabile, che unifica il diverso senza annullare la differenza: Deus caritas est. Ecco allora che, se Dio è pensato nell’orizzonte dell’amore e della libertà, l’analogia caritatis diventa uno dei linguaggi privilegiati per dire Dio.
Il linguaggio di Dio al femminile: tra esegesi patristica, dottrina trinitaria e analogia caritatis / Roberta Franchi. - STAMPA. - (2026), pp. 713-727. (Parole per dire Dio. 50° Incontro di studiosi dell’antichità cristiana (Roma, 9-11 maggio 2024) ).
Il linguaggio di Dio al femminile: tra esegesi patristica, dottrina trinitaria e analogia caritatis
Roberta Franchi
2026
Abstract
Sebbene sia stata composta in una cultura patriarcale, già la Scrittura, a partire dall’Antico Testamento, dispiega, accanto a un linguaggio maschile, anche un linguaggio femminile per connotare Dio: non solo monte, roccia o leone, ma anche madre uccello è Dio, simile a una partoriente o ad una chioccia. Seguendo la linea della Scrittura, anche i Padri della Chiesa, a partire da Clemente di Alessandria, si fanno portavoce di una lettura che contempla, accanto ad un linguaggio maschile, anche uno femminile per definire non solo Dio, ma anche il Figlio e lo Spirito Santo. Se tutto questo è vero, è pur vero che gli scrittori cristiani antichi, da Giustino ad Agostino, sono pronti a ribadire l'impotenza del linguaggio umano nei confronti di Dio. Se i generi grammaticali non possono circoscrivere l’incommensurabilità divina che si è fatta commensurabilità, la varietà dei vocaboli sta ad indicare la trascendenza divina. Il linguaggio umano è inadeguato a racchiudere l’essenza di un Dio che non è né uomo né donna: Dio è il Trascendente, l’Altro per eccellenza. E allora? Andando oltre le particolari immagini legate al femminile e al maschile, come dimostrano tanto i padri Cappadoci nella pars orientalis quanto Agostino nella pars occidentalis, è la Trinità, con le sue tre persone, a dettare un linguaggio non di genere, ma basato su relazione e comunione nella diversità. Padre, Figlio e Spirito diventano nomi di persone che si distinguono tra loro per le relazioni reciproche, delineando un modello lontano da rapporti di sottomissione e dominio. La vita divina è in ultima istanza una pericoretica effusione di amore. Come insegna Agostino, se desideriamo sapere davvero qualcosa di quel Dio, che è conosciuto intellettualmente negando tutti i simboli, solo nell’amore lo comprendiamo davvero. Il mistero cristiano è de facto il mistero di un amore insondabile, che unifica il diverso senza annullare la differenza: Deus caritas est. Ecco allora che, se Dio è pensato nell’orizzonte dell’amore e della libertà, l’analogia caritatis diventa uno dei linguaggi privilegiati per dire Dio.I documenti in FLORE sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.



