L’obiettivo del saggio è quello di indagare nel campo, ancora largamente inesplorato, della “morale socialista” e in particolare di verificarne i risvolti nella codificazione dei rapporti familiari. A tale scopo ho preso in esame una serie di testate tanto poco note quanto illuminanti dal punto di vista della fissazione dei ruoli maschili e femminili all’interno della coppia, come “Eva”, “Su compagne!” e “La donna socialista”, il cui spoglio è naturalmente inserito nel contesto più generale della stampa socialista del tempo, a partire da “La Plebe”, “La Giustizia”, “Lotta di classe, “Il grido del popolo”, fino ad arrivare a “Critica sociale” e all’”Avanti!”. E ad emergere è un quadro d’insieme fortemente contraddittorio. Da un lato infatti si afferma di condividere il progetto bebeliano di una società nella quale la donna, liberata dell’onere delle mansioni domestiche e della cura dei figli, è destinata a collocarsi su un piano di piena parità con l’uomo, all’interno della famiglia. Dall’altro, la stampa di partito si fa portatrice di un progetto di educazione delle masse popolari improntato ai dettami impliciti nel concetto borghese di “famiglia coniugale intima”, incentrata sul ruolo domestico delle madri. Ad essere avvalorata così anche dal linguaggio del movimento operaio è la costruzione dell’immagine (del tutto artificiale) di una donna che “ha sempre vissuto all’interno delle quattro pareti domestiche”, e su questa base si confeziona una precettistica imperniata sulla “educazione alla maternità” delle mogli, in contrapposizione alla cristallizzazione dell’immagine del “male breadwinner”: non solo unico legittimo percettore del reddito familiare, ma anche maestro di vita e depositario della missione di far assimilare alla propria compagna quanto meno i più rudimentali principi del socialismo. Nel pieno rispetto del modello dominante di famiglia, la propaganda socialista finisce dunque col limitarsi, in sostanza, a contrapporsi alla morale corrente esclusivamente sulla base del principio del “Vero amore” (definito “libero” solo in quanto frutto di un’autentica pulsione sentimentale), che l’avversario di classe è accusato di scarificare a tutto vantaggio di calcoli di mero interesse. A ben guardare, si tratta dello stesso tipo di critiche mosse a suo tempo dalla borghesia al “modello aristocratico” di famiglia.

LA FAMIGLIA SOCIALISTA. LINGUAGGIO DI CLASSE E IDENTITÀ DI GENERE NELLA CULTURA DEL MOVIMENTO OPERAIO / M. CASALINI. - In: ITALIA CONTEMPORANEA. - ISSN 0392-1077. - STAMPA. - 241(2005), pp. 415-447.

LA FAMIGLIA SOCIALISTA. LINGUAGGIO DI CLASSE E IDENTITÀ DI GENERE NELLA CULTURA DEL MOVIMENTO OPERAIO

CASALINI, MARIA
2005

Abstract

L’obiettivo del saggio è quello di indagare nel campo, ancora largamente inesplorato, della “morale socialista” e in particolare di verificarne i risvolti nella codificazione dei rapporti familiari. A tale scopo ho preso in esame una serie di testate tanto poco note quanto illuminanti dal punto di vista della fissazione dei ruoli maschili e femminili all’interno della coppia, come “Eva”, “Su compagne!” e “La donna socialista”, il cui spoglio è naturalmente inserito nel contesto più generale della stampa socialista del tempo, a partire da “La Plebe”, “La Giustizia”, “Lotta di classe, “Il grido del popolo”, fino ad arrivare a “Critica sociale” e all’”Avanti!”. E ad emergere è un quadro d’insieme fortemente contraddittorio. Da un lato infatti si afferma di condividere il progetto bebeliano di una società nella quale la donna, liberata dell’onere delle mansioni domestiche e della cura dei figli, è destinata a collocarsi su un piano di piena parità con l’uomo, all’interno della famiglia. Dall’altro, la stampa di partito si fa portatrice di un progetto di educazione delle masse popolari improntato ai dettami impliciti nel concetto borghese di “famiglia coniugale intima”, incentrata sul ruolo domestico delle madri. Ad essere avvalorata così anche dal linguaggio del movimento operaio è la costruzione dell’immagine (del tutto artificiale) di una donna che “ha sempre vissuto all’interno delle quattro pareti domestiche”, e su questa base si confeziona una precettistica imperniata sulla “educazione alla maternità” delle mogli, in contrapposizione alla cristallizzazione dell’immagine del “male breadwinner”: non solo unico legittimo percettore del reddito familiare, ma anche maestro di vita e depositario della missione di far assimilare alla propria compagna quanto meno i più rudimentali principi del socialismo. Nel pieno rispetto del modello dominante di famiglia, la propaganda socialista finisce dunque col limitarsi, in sostanza, a contrapporsi alla morale corrente esclusivamente sulla base del principio del “Vero amore” (definito “libero” solo in quanto frutto di un’autentica pulsione sentimentale), che l’avversario di classe è accusato di scarificare a tutto vantaggio di calcoli di mero interesse. A ben guardare, si tratta dello stesso tipo di critiche mosse a suo tempo dalla borghesia al “modello aristocratico” di famiglia.
241
415
447
M. CASALINI
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