Il paper si propone di rileggere la filosofia del linguaggio di Benjamin attraverso il concetto di espressione. Il primo paragrafo espone i contorni generali entro cui viene pensato il problema dell'espressione e del linguaggio in particolar modo nella speculazione giovanile di Benjamin. Tutt'altro che semplice mezzo, il linguaggio è il medium in cui ogni cosa si comunica, il principio fondamentale che struttura ogni tassello della realtà. Espressione pura che non rimanda ad altro da sé, la lingua è il vero a priori di ogni cosa, animata o inanimata che sia. Il secondo paragrafo mostra la vicinanza tra la speculazione linguistica di Benjamin e quella cabbalistica di Abulafia e di Scholem. La riflessione sul Nome di Dio come espressione suprema, come ciò che non ha senso e che al tempo stesso conferisce senso a ogni altra cosa, indica a Benjamin la strada per ripensare le condizioni di possibilità del linguaggio. Nel nome ciò che viene comunicato è la lingua stessa, perciò la lingua umana, in quanto denominante, partecipa in misura maggiore di questa pura capacità espressiva propria del Nome di Dio. Il terzo paragrafo, alludendo a un confronto con Wittgenstein, mostra come il compito della filosofia per Benjamin sia quello di collocarsi in tale strato anteriore al senso, di dire l'inesprimibile, ossia il linguaggio stesso, il suo evento in quanto espressione pura. The aim of the paper is to reread Benjamin's philosophy of language through the concept of expression. The first paragraph explains the general outline within the question of how expression and language is thought, especially in the early speculation of Benjamin. The language – far from being a mere instrument – is the medium in which each thing communicates itself: it is the essential principle, which structures each element of reality. The language, as a pure expression that does not refer to other than itself, is the true a priori of all things, either animated or inanimate. The second paragraph shows the proximity of Benjamin's linguistic speculation and to the kabbalistic thought of Abulafia and Scholem. The reflections about the Name of God as the supreme expression (that is what is meaningless and what, at the same time, gives meaning to everything else) indicate to Benjamin the way to rethink the conditions of the possibility of language. What is communicated within the name is language itself. Therefore the human language, inasmuch as it is able to denominate, mainly participates in this pure expressive capacity of the Name of God. Suggesting a confrontation with Wittgenstein, the third paragraph explains why, according to Benjamin, the task of philosophy consists in placing itself in this anterior level of the meaning. The task precisely consists in saying the inexpressible that is the language itself, its event as pure expression.

L'«intentio prima» del linguaggio. Per una filosofia dell'espressione / Marina Montanelli. - In: RIVISTA ITALIANA DI FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO. - ISSN 2036-6728. - ELETTRONICO. - 8:(2014), pp. 182-195. [10.4396/20141216]

L'«intentio prima» del linguaggio. Per una filosofia dell'espressione

MONTANELLI, MARINA
2014

Abstract

Il paper si propone di rileggere la filosofia del linguaggio di Benjamin attraverso il concetto di espressione. Il primo paragrafo espone i contorni generali entro cui viene pensato il problema dell'espressione e del linguaggio in particolar modo nella speculazione giovanile di Benjamin. Tutt'altro che semplice mezzo, il linguaggio è il medium in cui ogni cosa si comunica, il principio fondamentale che struttura ogni tassello della realtà. Espressione pura che non rimanda ad altro da sé, la lingua è il vero a priori di ogni cosa, animata o inanimata che sia. Il secondo paragrafo mostra la vicinanza tra la speculazione linguistica di Benjamin e quella cabbalistica di Abulafia e di Scholem. La riflessione sul Nome di Dio come espressione suprema, come ciò che non ha senso e che al tempo stesso conferisce senso a ogni altra cosa, indica a Benjamin la strada per ripensare le condizioni di possibilità del linguaggio. Nel nome ciò che viene comunicato è la lingua stessa, perciò la lingua umana, in quanto denominante, partecipa in misura maggiore di questa pura capacità espressiva propria del Nome di Dio. Il terzo paragrafo, alludendo a un confronto con Wittgenstein, mostra come il compito della filosofia per Benjamin sia quello di collocarsi in tale strato anteriore al senso, di dire l'inesprimibile, ossia il linguaggio stesso, il suo evento in quanto espressione pura. The aim of the paper is to reread Benjamin's philosophy of language through the concept of expression. The first paragraph explains the general outline within the question of how expression and language is thought, especially in the early speculation of Benjamin. The language – far from being a mere instrument – is the medium in which each thing communicates itself: it is the essential principle, which structures each element of reality. The language, as a pure expression that does not refer to other than itself, is the true a priori of all things, either animated or inanimate. The second paragraph shows the proximity of Benjamin's linguistic speculation and to the kabbalistic thought of Abulafia and Scholem. The reflections about the Name of God as the supreme expression (that is what is meaningless and what, at the same time, gives meaning to everything else) indicate to Benjamin the way to rethink the conditions of the possibility of language. What is communicated within the name is language itself. Therefore the human language, inasmuch as it is able to denominate, mainly participates in this pure expressive capacity of the Name of God. Suggesting a confrontation with Wittgenstein, the third paragraph explains why, according to Benjamin, the task of philosophy consists in placing itself in this anterior level of the meaning. The task precisely consists in saying the inexpressible that is the language itself, its event as pure expression.
2014
8
182
195
Marina Montanelli
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