L’attività del Tribunale militare di Bologna nei primi anni del secondo dopoguerra è sedimentata in 8075 fascicoli conservati nell’Archivio di Stato della Spezia. In una duplice prospettiva di storia giuridica e storia sociale, l’analisi delle carte permette di descrivere i complessi meccanismi giuridici e garantistici del diritto penale militare, ma anche gli strumenti di censimento e di sorveglianza tipici della burocrazia castrense. I giudici militari, pur applicando i codici promulgati in epoca fascista, analizzano i singoli casi valutandone le circostanze, soppesando le testimonianze e – in alcuni casi – adoperando il proprio potere discrezionale in un’ottica favorevole al reo. La storia giudiziaria permette di misurare la situazione di penuria materiale vissuta nel dopoguerra, con la miriade di furti di generi minuti, e l’allentarsi dei freni morali che emerge dai resoconti delle rapine. Su un versante opposto, dai racconti di molti imputati per diserzione emergono atteggiamenti di resilienza ostinata davanti a situazioni materiali disastrose. Dai fascicoli emerge anche la rappresentazione che i cittadini hanno delle istituzioni e degli «ordinamenti» politici, giuridici e militari. La transizione politico-istituzionale del 2 giugno 1946 è vissuta da molti coscritti come una palingenesi, una rivoluzione dei rapporti sociali: è possibile individuare la matrice di queste idee in subculture locali veicolate da letteratura grigia come volantini e settimanali politici. Si è prestata attenzione al fenomeno del rifiuto della chiamata di leva del marzo 1946, inquadrandolo nei rapporti coevi tra forze armate e istituzioni politiche: il rinnovamento delle forze armate e la necessità di non comprimere i diritti dei militari di leva sono oggetto di discussione e di scontro politico già negli anni di transizione tra fascismo e Repubblica. La molteplicità delle fonti del diritto utilizzate nel rito militare mostra come la sopravvivenza dei codici si coniugasse con istanze di riforma legate al passaggio al nuovo regime democratico. L'opera dei giudici si confronta sia con le animate discussioni dei giuristi sia con la giurisprudenza delle corti di legittimità (Corte di Cassazione e Tribunale supremo militare). L’analisi delle sentenze emesse nel 1948 mostra come a partire da quell’anno i giudici si interroghino sull’applicazione da dare all’art. 103 della Costituzione, relativo ai limiti giurisdizionali dei tribunali militari. L’art. 103 sarà oggetto di una lunghissima diatriba politica e giurisprudenziale, che inaugura un percorso – pluridecennale, travagliato e non teleologico – di democratizzazione della giustizia militare. In appendice vengono presentate alcune statistiche prodotte a partire dal censimento degli 8075 fascicoli conservati nelle 129 buste con anno di costola 1945-1948.

Il Tribunale militare territoriale di Bologna (1945-1948) / Idalgo Cantelli. - (2022).

Il Tribunale militare territoriale di Bologna (1945-1948)

Idalgo Cantelli
2022

Abstract

L’attività del Tribunale militare di Bologna nei primi anni del secondo dopoguerra è sedimentata in 8075 fascicoli conservati nell’Archivio di Stato della Spezia. In una duplice prospettiva di storia giuridica e storia sociale, l’analisi delle carte permette di descrivere i complessi meccanismi giuridici e garantistici del diritto penale militare, ma anche gli strumenti di censimento e di sorveglianza tipici della burocrazia castrense. I giudici militari, pur applicando i codici promulgati in epoca fascista, analizzano i singoli casi valutandone le circostanze, soppesando le testimonianze e – in alcuni casi – adoperando il proprio potere discrezionale in un’ottica favorevole al reo. La storia giudiziaria permette di misurare la situazione di penuria materiale vissuta nel dopoguerra, con la miriade di furti di generi minuti, e l’allentarsi dei freni morali che emerge dai resoconti delle rapine. Su un versante opposto, dai racconti di molti imputati per diserzione emergono atteggiamenti di resilienza ostinata davanti a situazioni materiali disastrose. Dai fascicoli emerge anche la rappresentazione che i cittadini hanno delle istituzioni e degli «ordinamenti» politici, giuridici e militari. La transizione politico-istituzionale del 2 giugno 1946 è vissuta da molti coscritti come una palingenesi, una rivoluzione dei rapporti sociali: è possibile individuare la matrice di queste idee in subculture locali veicolate da letteratura grigia come volantini e settimanali politici. Si è prestata attenzione al fenomeno del rifiuto della chiamata di leva del marzo 1946, inquadrandolo nei rapporti coevi tra forze armate e istituzioni politiche: il rinnovamento delle forze armate e la necessità di non comprimere i diritti dei militari di leva sono oggetto di discussione e di scontro politico già negli anni di transizione tra fascismo e Repubblica. La molteplicità delle fonti del diritto utilizzate nel rito militare mostra come la sopravvivenza dei codici si coniugasse con istanze di riforma legate al passaggio al nuovo regime democratico. L'opera dei giudici si confronta sia con le animate discussioni dei giuristi sia con la giurisprudenza delle corti di legittimità (Corte di Cassazione e Tribunale supremo militare). L’analisi delle sentenze emesse nel 1948 mostra come a partire da quell’anno i giudici si interroghino sull’applicazione da dare all’art. 103 della Costituzione, relativo ai limiti giurisdizionali dei tribunali militari. L’art. 103 sarà oggetto di una lunghissima diatriba politica e giurisprudenziale, che inaugura un percorso – pluridecennale, travagliato e non teleologico – di democratizzazione della giustizia militare. In appendice vengono presentate alcune statistiche prodotte a partire dal censimento degli 8075 fascicoli conservati nelle 129 buste con anno di costola 1945-1948.
Nicola Labanca
ITALIA
Idalgo Cantelli
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/2158/1275239
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