"Le quaranta colonne" è uno studio approfondito della ricezione europea delle antichità iraniane tra il 1660 e il 1830. Il volume unisce una narrazione diacronica coerente con analisi testuali e visive dettagliate delle descrizioni dei resti materiali, nonché ricostruzioni micro-analitiche del contesto intellettuale di sei protagonisti storici: Jean Chardin, Cornelis de Bruijn, il conte di Caylus, Johann Joachim Winckelmann, Arnold Heeren e Sir John Malcolm. Il libro mostra in che modo il caso iraniano offra risposte specifiche a interrogativi di ampio respiro riguardanti le modalità di ricezione dell'Antichità in epoca moderna. Innanzitutto, le antichità iraniane rappresentarono uno spazio di contaminazione tra diverse culture del passato, aprendo la possibilità a narrazioni storiche policentriche e polifoniche sull’Iran. L’autore sostiene l’esistenza, nel primo Settecento, di una momentanea commensurabilità tra le visioni europee e persianizzanti del passato, seguita da un successivo rifiuto di tale apertura. In secondo luogo, le descrizioni — testuali e visive — delle antichità iraniane, e le loro manipolazioni, ebbero un impatto determinante nella definizione dei confini storici e geografici dell’Antichità. Tale dinamica viene illustrata in modo innovativo attraverso l’analisi dello spostamento geografico della categoria estetica di "rovina", che nel corso del Settecento si spostò dal Vicino Oriente verso il cuore "classico" del Mediterraneo. Infine, i dispositivi intellettuali descrittivi e prescrittivi elaborati dalle tradizioni illuministe della storiografia — come i concetti di "nomadismo" e "dispotismo" — giocarono un ruolo centrale nel neutralizzare e addomesticare la differenza culturale incarnata dalle antichità non europee. Tali dispositivi si rivelarono assai più influenti, nella loro ricezione e interpretazione, del contemporaneo deciframento delle scritture antiche non europee (come i sistemi cuneiformi). A comprehensive study of the European reception of Iranian antiquities between 1660 and 1830, "Le quaranta colonne" combines a coherent diachronic narrative of reception with in-depth textual and visual analyses of descriptions of material remains and micro-analytic reconstructions of the intellectual context of six main historical actors: Jean Chardin, Cornelis de Bruijn, the count of Caylus, Johann Joachim Winckelmann, Arnold Heeren, and Sir John Malcolm. The book illustrates what specific answers the Iranian case offer to far reaching questions about early modern receptions of Antiquity. First of all, Iranian antiquities provided a space where contamination between different cultures of the past was made possible, along with the possibility of writing polyphonic histories of Iran: I make the case for a momentary commensurability between European and Persianate visions of the past in the early eighteenth century, as well as for its later rejection. Secondly, textual and visual descriptions of Iranian antiquities and their manipulation had a specific impact on the definition of the historical and geographical boundaries of Antiquity. I innovatively illustrate this dynamic by analysing the geographical shifting of the aesthetic category of "ruin" from the Near East to the "classical" core of the Mediterranean over the eighteenth century. Finally, descriptive/prescriptive intellectual devices shaped by Enlightenment traditions of history-writing (such as "nomadism" and "despotism") played a pivotal role in neutralizing and domesticating the cultural difference materialised by non-European antiquities, and were way more influential in determining their use and interpretation than the concurrent decipherment of ancient non European scripts (such as the cuneiform writing systems).
Le quaranta colonne. Le rovine di Persia nella cultura europea del diciottesimo secolo / Emanuele Giusti. - STAMPA. - (2025), pp. 1-496.
Le quaranta colonne. Le rovine di Persia nella cultura europea del diciottesimo secolo
Emanuele Giusti
2025
Abstract
"Le quaranta colonne" è uno studio approfondito della ricezione europea delle antichità iraniane tra il 1660 e il 1830. Il volume unisce una narrazione diacronica coerente con analisi testuali e visive dettagliate delle descrizioni dei resti materiali, nonché ricostruzioni micro-analitiche del contesto intellettuale di sei protagonisti storici: Jean Chardin, Cornelis de Bruijn, il conte di Caylus, Johann Joachim Winckelmann, Arnold Heeren e Sir John Malcolm. Il libro mostra in che modo il caso iraniano offra risposte specifiche a interrogativi di ampio respiro riguardanti le modalità di ricezione dell'Antichità in epoca moderna. Innanzitutto, le antichità iraniane rappresentarono uno spazio di contaminazione tra diverse culture del passato, aprendo la possibilità a narrazioni storiche policentriche e polifoniche sull’Iran. L’autore sostiene l’esistenza, nel primo Settecento, di una momentanea commensurabilità tra le visioni europee e persianizzanti del passato, seguita da un successivo rifiuto di tale apertura. In secondo luogo, le descrizioni — testuali e visive — delle antichità iraniane, e le loro manipolazioni, ebbero un impatto determinante nella definizione dei confini storici e geografici dell’Antichità. Tale dinamica viene illustrata in modo innovativo attraverso l’analisi dello spostamento geografico della categoria estetica di "rovina", che nel corso del Settecento si spostò dal Vicino Oriente verso il cuore "classico" del Mediterraneo. Infine, i dispositivi intellettuali descrittivi e prescrittivi elaborati dalle tradizioni illuministe della storiografia — come i concetti di "nomadismo" e "dispotismo" — giocarono un ruolo centrale nel neutralizzare e addomesticare la differenza culturale incarnata dalle antichità non europee. Tali dispositivi si rivelarono assai più influenti, nella loro ricezione e interpretazione, del contemporaneo deciframento delle scritture antiche non europee (come i sistemi cuneiformi). A comprehensive study of the European reception of Iranian antiquities between 1660 and 1830, "Le quaranta colonne" combines a coherent diachronic narrative of reception with in-depth textual and visual analyses of descriptions of material remains and micro-analytic reconstructions of the intellectual context of six main historical actors: Jean Chardin, Cornelis de Bruijn, the count of Caylus, Johann Joachim Winckelmann, Arnold Heeren, and Sir John Malcolm. The book illustrates what specific answers the Iranian case offer to far reaching questions about early modern receptions of Antiquity. First of all, Iranian antiquities provided a space where contamination between different cultures of the past was made possible, along with the possibility of writing polyphonic histories of Iran: I make the case for a momentary commensurability between European and Persianate visions of the past in the early eighteenth century, as well as for its later rejection. Secondly, textual and visual descriptions of Iranian antiquities and their manipulation had a specific impact on the definition of the historical and geographical boundaries of Antiquity. I innovatively illustrate this dynamic by analysing the geographical shifting of the aesthetic category of "ruin" from the Near East to the "classical" core of the Mediterranean over the eighteenth century. Finally, descriptive/prescriptive intellectual devices shaped by Enlightenment traditions of history-writing (such as "nomadism" and "despotism") played a pivotal role in neutralizing and domesticating the cultural difference materialised by non-European antiquities, and were way more influential in determining their use and interpretation than the concurrent decipherment of ancient non European scripts (such as the cuneiform writing systems).I documenti in FLORE sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.



