L’elaborato approfondisce il tema delle smart cities, con particolare attenzione ai profili di criticità e di innovazione legati all’erogazione dei servizi pubblici locali secondo il paradigma smart. Strutturalmente suddiviso in due parti, nella prima, che racchiude i primi tre capitoli della tesi, il lavoro definisce il contesto al cui interno calare l’analisi dei servizi pubblici locali, ossia la smart city, a partire dall’incerta qualificazione giuridica che caratterizza il fenomeno. Andando alla ricerca di un significato giuridicamente rilevante da attribuire alla città intelligente, l’analisi si sofferma anzitutto (cap. I) sulle speculazioni giuridiche e (principalmente) metagiuridiche che, in assenza di un quadro normativo ben definito, hanno tentato di riempire di contenuto il concetto di smart city. Equiparata la città intelligente a un ambiente urbano (e non) in cui l’utilizzo delle nuove tecnologie si rivela servente al miglioramento della qualità della vita dei propri abitanti lungo le direttrici della sostenibilità (sociale, ambientale, economica), l’attenzione muove (cap. II) verso gli scarni riferimenti alla smart city presenti nell’ordinamento multilivello. L’analisi dell’ordinamento internazionale ed europeo in uno con la legislazione (statale e regionale) conferma che entro il concetto di “città intelligente” convergono una serie di istituti diretti a migliorare la qualità della vita degli individui ma, allo stesso tempo, porta a negare alla città intelligente, se colta unitariamente, una specifica giuridicità. Quest’ultima si rivela, piuttosto, un mero paradigma di innovazione, la cui concreta messa a terra rileva soltanto sul piano della responsabilità politica degli organi di governo dell’ente locale nei confronti del proprio elettorato. Nondimeno, pur in difetto di una nozione sintetica di smart city giuridicamente rilevante, le sue componenti presentano solidi legami con i principi e i valori costituzionali. Il terzo capitolo della ricerca, strutturalmente suddiviso in due sezioni, tenta quindi di definire un modello di città intelligente costituzionalmente orientato, collegando la tensione finalistica della smart city al miglioramento della qualità della vita dei propri abitati con la dimensione costituzionale dell’inclusione sociale (prima sezione), per poi verificarne le prospettive di concreta attuazione (seconda sezione). Ciò porta a riconoscere alla smartness un ambito applicativo “diffuso” verso i luoghi di emersione delle diseguaglianze e, dunque, verso le periferie urbane e territoriali, le cui marginalità potrebbero essere ricomposte sfruttando le potenzialità inclusive offerte dalle nuove tecnologie. Il persistente problema dei divides digitali, le carenze organizzative delle pubbliche amministrazioni, specie quelle di più piccole dimensioni, a cui si aggiunge una distribuzione dei finanziamenti che rischia di polarizzarsi esclusivamente su certi ambiti territoriali o urbani, frustrano però la prospettiva dell’attuazione diffusa. Anzi, le carenze organizzative sul fronte dell’amministrazione e i divari digitali presenti nella cittadinanza finiscono per inverare il rischio che la direzione della smartness verso le periferie, piuttosto che colmare le fratture sociali che le caratterizzano, finisca per operare come detonatore di ulteriori diseguaglianze. Un rischio che segna un conseguente “limite di velocità” nell’attuazione del paradigma smart. Il passaggio all’analisi, nel quarto capitolo della ricerca, dei servizi pubblici locali all’interno della smart city consente di specificare come si traduca in concreto un simile “limite di velocità”. L’applicazione delle nuove tecnologie digitali alla dimensione organizzativa dei servizi pubblici locali incrementa, per esempio, la personalizzazione delle prestazioni di servizio pubblico e, soprattutto, rappresenta un mezzo per allargarne l’ambito applicativo verso le periferie (e.g., la digitalizzazione dei servizi sanitari per fronteggiare la desertificazione sanitaria nelle aree rurali o montane). Da questo punto di vista, il servizio pubblico locale rileva quindi quale vettore per l’attuazione “diffusa” della smartness. Allo stesso tempo, però, permangono pur sempre i profili di criticità legati alle possibili discriminazioni nell’accesso ai servizi pubblici digitalizzati, così come il rischio che l’inadeguatezza organizzativa del gestore del servizio possa esporlo, per esempio, a cyberattacks che compromettono la fornitura continua delle prestazioni. In ragione di questa dialettica si teorizza, in conclusione, un’attuazione “a due velocità” della smartness. Nell’attesa che si concretizzino i presupposti abilitanti (potenziamento organizzativo delle amministrazioni, progressivo venir meno dei divides digitali) per una piena messa a terra della smartness (secondo momento di velocità) è necessario che le nuove tecnologie penetrino nelle aree urbane (e non) in coerenza con gli obiettivi di inclusione sociale (primo momento di velocità). Per garantire che ciò accada sembra soprattutto necessario valorizzare l’autonomia locale nell’organizzazione dei servizi pubblici locali, specie nella scelta delle forme di gestione del servizio, privilegiando, per esempio, gli operatori che offrano le maggiori garanzie in punto di sicurezza cyber o di sorveglianza umana sugli algoritmi per prevenire e/o correggere eventuali bias. E tanto nell’ottica di garantire, sul piano soggettivo, la platea degli utenti nonché, a livello sistemico, per rinsaldare nella collettività quel sentimento di fiducia verso le soluzioni tecnologie che è l’unico mezzo per garantire uno sviluppo effettivo, non episodico o temporaneo, della smart city.

I servizi pubblici locali nel quadro delle smart cities, tra spinte innovative e profili di criticità / Nicolò Acquarelli. - (2026).

I servizi pubblici locali nel quadro delle smart cities, tra spinte innovative e profili di criticità

Nicolò Acquarelli
2026

Abstract

L’elaborato approfondisce il tema delle smart cities, con particolare attenzione ai profili di criticità e di innovazione legati all’erogazione dei servizi pubblici locali secondo il paradigma smart. Strutturalmente suddiviso in due parti, nella prima, che racchiude i primi tre capitoli della tesi, il lavoro definisce il contesto al cui interno calare l’analisi dei servizi pubblici locali, ossia la smart city, a partire dall’incerta qualificazione giuridica che caratterizza il fenomeno. Andando alla ricerca di un significato giuridicamente rilevante da attribuire alla città intelligente, l’analisi si sofferma anzitutto (cap. I) sulle speculazioni giuridiche e (principalmente) metagiuridiche che, in assenza di un quadro normativo ben definito, hanno tentato di riempire di contenuto il concetto di smart city. Equiparata la città intelligente a un ambiente urbano (e non) in cui l’utilizzo delle nuove tecnologie si rivela servente al miglioramento della qualità della vita dei propri abitanti lungo le direttrici della sostenibilità (sociale, ambientale, economica), l’attenzione muove (cap. II) verso gli scarni riferimenti alla smart city presenti nell’ordinamento multilivello. L’analisi dell’ordinamento internazionale ed europeo in uno con la legislazione (statale e regionale) conferma che entro il concetto di “città intelligente” convergono una serie di istituti diretti a migliorare la qualità della vita degli individui ma, allo stesso tempo, porta a negare alla città intelligente, se colta unitariamente, una specifica giuridicità. Quest’ultima si rivela, piuttosto, un mero paradigma di innovazione, la cui concreta messa a terra rileva soltanto sul piano della responsabilità politica degli organi di governo dell’ente locale nei confronti del proprio elettorato. Nondimeno, pur in difetto di una nozione sintetica di smart city giuridicamente rilevante, le sue componenti presentano solidi legami con i principi e i valori costituzionali. Il terzo capitolo della ricerca, strutturalmente suddiviso in due sezioni, tenta quindi di definire un modello di città intelligente costituzionalmente orientato, collegando la tensione finalistica della smart city al miglioramento della qualità della vita dei propri abitati con la dimensione costituzionale dell’inclusione sociale (prima sezione), per poi verificarne le prospettive di concreta attuazione (seconda sezione). Ciò porta a riconoscere alla smartness un ambito applicativo “diffuso” verso i luoghi di emersione delle diseguaglianze e, dunque, verso le periferie urbane e territoriali, le cui marginalità potrebbero essere ricomposte sfruttando le potenzialità inclusive offerte dalle nuove tecnologie. Il persistente problema dei divides digitali, le carenze organizzative delle pubbliche amministrazioni, specie quelle di più piccole dimensioni, a cui si aggiunge una distribuzione dei finanziamenti che rischia di polarizzarsi esclusivamente su certi ambiti territoriali o urbani, frustrano però la prospettiva dell’attuazione diffusa. Anzi, le carenze organizzative sul fronte dell’amministrazione e i divari digitali presenti nella cittadinanza finiscono per inverare il rischio che la direzione della smartness verso le periferie, piuttosto che colmare le fratture sociali che le caratterizzano, finisca per operare come detonatore di ulteriori diseguaglianze. Un rischio che segna un conseguente “limite di velocità” nell’attuazione del paradigma smart. Il passaggio all’analisi, nel quarto capitolo della ricerca, dei servizi pubblici locali all’interno della smart city consente di specificare come si traduca in concreto un simile “limite di velocità”. L’applicazione delle nuove tecnologie digitali alla dimensione organizzativa dei servizi pubblici locali incrementa, per esempio, la personalizzazione delle prestazioni di servizio pubblico e, soprattutto, rappresenta un mezzo per allargarne l’ambito applicativo verso le periferie (e.g., la digitalizzazione dei servizi sanitari per fronteggiare la desertificazione sanitaria nelle aree rurali o montane). Da questo punto di vista, il servizio pubblico locale rileva quindi quale vettore per l’attuazione “diffusa” della smartness. Allo stesso tempo, però, permangono pur sempre i profili di criticità legati alle possibili discriminazioni nell’accesso ai servizi pubblici digitalizzati, così come il rischio che l’inadeguatezza organizzativa del gestore del servizio possa esporlo, per esempio, a cyberattacks che compromettono la fornitura continua delle prestazioni. In ragione di questa dialettica si teorizza, in conclusione, un’attuazione “a due velocità” della smartness. Nell’attesa che si concretizzino i presupposti abilitanti (potenziamento organizzativo delle amministrazioni, progressivo venir meno dei divides digitali) per una piena messa a terra della smartness (secondo momento di velocità) è necessario che le nuove tecnologie penetrino nelle aree urbane (e non) in coerenza con gli obiettivi di inclusione sociale (primo momento di velocità). Per garantire che ciò accada sembra soprattutto necessario valorizzare l’autonomia locale nell’organizzazione dei servizi pubblici locali, specie nella scelta delle forme di gestione del servizio, privilegiando, per esempio, gli operatori che offrano le maggiori garanzie in punto di sicurezza cyber o di sorveglianza umana sugli algoritmi per prevenire e/o correggere eventuali bias. E tanto nell’ottica di garantire, sul piano soggettivo, la platea degli utenti nonché, a livello sistemico, per rinsaldare nella collettività quel sentimento di fiducia verso le soluzioni tecnologie che è l’unico mezzo per garantire uno sviluppo effettivo, non episodico o temporaneo, della smart city.
2026
Leonardo Ferrara
ITALIA
Goal 11: Sustainable cities and communities
Nicolò Acquarelli
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