Si tratta di un contributo critico al lavoro progettuale degli architetti emiliani Andrea Rinaldi e Roberta Casarini. Andrea e Roberta si incontrano, giovani studenti, nella Facoltà di Architettura di Firenze. Da lì incominciano un lungo percorso in comune, che continua e prosegue tuttora, prima nella formazione universitaria, poi nella vita privata e successivamente nel lavoro del loro studio (il “Laboratorio d’Architettura” fondato nel 2001). Percorso che Andrea condivide pure con l’attività di ricerca e insegnamento nella scuola d’architettura di Ferrara. Il loro modo di affrontare la vita come persone e il loro atteggiamento nei confronti del mestiere dell’architetto e, nel caso di Andrea, il particolare modo di porsi all’interno del sistema universitario nazionale, della pubblicistica di settore unitamente al grande impegno verso il proprio Ordine professionale che presiede da tempo, offre l’occasione e lo spunto per alcune riflessioni di carattere generale che sentiamo di condividere, che apprezziamo e che sottoponiamo all’attenzione degli amici, dei colleghi e di quanti si interessano all’architettura nei suoi risvolti con la società civile. Il mondo della contemporaneità offre, del disciplinare specifico e non solo, una complessa e variegata quantità di informazioni, spesso discordanti e talvolta generatrici di innumerevoli dubbi. Soprattutto ora che molte delle certezze che ci hanno accompagnato negli ultimi decenni per alcuni non sono più tali e per altri tendono a essere sostituite con atteggiamenti a nostro parere non adeguati alle necessità oggettive della disciplina. Già da tempo si è assistito a un lento ma costante scostamento dai valori più autentici. Dall’”etica della responsabilità” sempre più verso l’”estetica della visione”. Pare si stia progressivamente smarrendo il senso non solo dell’etica ma anche della generosità, ”della gratuità, della solidarietà, del donare e del perdonare” 1 . Quasi ossessionati dal bisogno della ricerca a ogni costo della “suggestione” più adatta alla rappresentazione del momento. Non accorgendosi in questo di alimentare, spesso inconsapevolmente, quelle che in altra sede abbiamo definito come “fughe dall’architettura”. Nel mondo accademico si tratta di una via facile poiché è certamente più semplice insegnare ai giovani una “fuga” dall’architettura, anche se in nome dell’architettura, invece dell’architettura.  La fuga più clamorosa e più pericolosa, presente in ogni epoca storica ma soprattutto nella contemporaneità, è certamente la cosiddetta “fuga formalista”, quella cioè che vede erroneamente nella “ratio venustatis” la sostanza dell’architettura. C’è stata e c’è la fuga tecnologica, quando si è addirittura cercato di conferire all’aspetto tecnologico il significato e il valore tipici dell’ideologia architettonica. Con conseguente sopravvalutazione della normativa, in termini e in modi che ben conosciamo. C’è stata la fuga sociologica, forse una delle più antiche, con l’evidenziazione della sociologia delle comunità che parte dagli anni ’50 con la riscoperta della cultura architettonica mediterranea. C’è stata, in tempi recenti, la fuga politica, soprattutto in urbanistica, dove a una irrilevante preparazione disciplinare si è ritenuto di far fronte con la ricerca del potere. C’è stata la fuga informatica che almeno ai suoi inizi ha generato una serie di problemi dovuti alla confusione sul ruolo che avrebbe dovuto assumere il computer. Da mero strumento di ausilio nella progettazione a surrogato del progettista stesso. Ora c’è l’uso, e forse l’abuso, della AI per un’estetica della visione sempre più pronunciata. Ci sono state ulteriori diverse fughe che si potrebbero denominare come “artistiche” e cui appartiene certamente anche la seconda citata, cioè la formalista. Sono caratterizzate dalla quasi totale assenza di interesse nei confronti delle 1 G.Ravasi, Gli affari, domenicale de Il Sole24Ore del 14.12.25, p.1 problematiche autentiche dell’architettura. C’è la fuga pubblicistica con il progressivo aumento dell’editoria specialistica. Incremento che si riproduce a dismisura in occasione dei concorsi universitari, rivolto non tanto alla divulgazione o all’approfondimento di particolari tematiche dell’architettura, quanto al consolidamento di quell’aspetto non positivo dell’insegnamento universitario che intende privilegiare la “carriera” anteponendola allo “stare” con i giovani. E in queste tentazioni Andrea e Roberta non sono mai caduti come attesta il loro percorso professionale e culturale, serio e rigoroso. Ma soprattutto “contemporaneo”, cioè autenticamente “moderno”, oggi. Situazione che si percepisce pure dal linguaggio che adottano per le loro architetture. Linguaggio minimale potrebbe obiettare qualcuno ma che invece è linguaggio coerente con le loro scelte in cui è proprio la “questione ecologica” a determinare l’espressività della forma delle loro architetture. Basti pensare a un loro progetto, “casa in via chiesa”, per rendersene conto. Perché a loro non è mai interessato, e non interessa, essere ridondanti ma essenziali. Non aggiungono mai elementi non necessari se non con funzione climatica. Anche per essi, come ormai per pochissimi altri, vale l’antico adagio “less is more”. Se a questo aggiungiamo pure il “senso anglosassone dell’ironia” che ha sempre accompagnato Andrea in ogni sua manifestazione, e che da sempre segue i migliori architetti (ricordiamo Gregotti quando guardando le foto dell’ultimazione della sua città di Pujiang commentò “Peccato che adesso ci dovranno andare a vivere per davvero” 2 ). “Ironia” che ritroviamo sempre nei libri di Andrea, dai più antichi così come ai più recenti. Basta citarne uno solo, che vale per tutti, “Sessanta pensieri per l’architettura (e la vita)” in cui usa “sedicimila parole per raccontare sessanta pensieri per l’architettura (e per la vita). Un piccolo libro per coloro che cercano di affrontare il cambiamento (…) per immaginare un futuro migliore, partendo da considerazioni originate dalla conoscenza e dalla pratica dell’architettura (…) foriere di comportamenti per la vita”. Del suo ruolo nella pubblicistica ricordiamo poi che è fondatore e direttore (dal 2007) di “Architettare” un periodico di architettura (a mezza via tra “rivista” e “libro” al punto da possedere sia ISBN che ISSN) che da “bollettino dell’Ordine degli Architetti” finisce per essere una delle più interessanti riviste d’architettura italiane. Così come non possiamo non citare il suo impegno nella promozione dell’architettura ricordando la direzione scientifica delle iniziative promosse dal MIC come “Rigenera: Festival dell’Architettura”, di cui vince il bando per quattro edizioni. Anche, ma non solo, per questo non possiamo che augurare ad Andrea e Roberta di continuare a portare avanti il loro intenso lavoro con la costanza e la coerenza che li contraddistingue.

Pensare, conoscere, fare / Alberto Manfredini. - STAMPA. - (2026), pp. 94-97.

Pensare, conoscere, fare

Alberto Manfredini
2026

Abstract

Si tratta di un contributo critico al lavoro progettuale degli architetti emiliani Andrea Rinaldi e Roberta Casarini. Andrea e Roberta si incontrano, giovani studenti, nella Facoltà di Architettura di Firenze. Da lì incominciano un lungo percorso in comune, che continua e prosegue tuttora, prima nella formazione universitaria, poi nella vita privata e successivamente nel lavoro del loro studio (il “Laboratorio d’Architettura” fondato nel 2001). Percorso che Andrea condivide pure con l’attività di ricerca e insegnamento nella scuola d’architettura di Ferrara. Il loro modo di affrontare la vita come persone e il loro atteggiamento nei confronti del mestiere dell’architetto e, nel caso di Andrea, il particolare modo di porsi all’interno del sistema universitario nazionale, della pubblicistica di settore unitamente al grande impegno verso il proprio Ordine professionale che presiede da tempo, offre l’occasione e lo spunto per alcune riflessioni di carattere generale che sentiamo di condividere, che apprezziamo e che sottoponiamo all’attenzione degli amici, dei colleghi e di quanti si interessano all’architettura nei suoi risvolti con la società civile. Il mondo della contemporaneità offre, del disciplinare specifico e non solo, una complessa e variegata quantità di informazioni, spesso discordanti e talvolta generatrici di innumerevoli dubbi. Soprattutto ora che molte delle certezze che ci hanno accompagnato negli ultimi decenni per alcuni non sono più tali e per altri tendono a essere sostituite con atteggiamenti a nostro parere non adeguati alle necessità oggettive della disciplina. Già da tempo si è assistito a un lento ma costante scostamento dai valori più autentici. Dall’”etica della responsabilità” sempre più verso l’”estetica della visione”. Pare si stia progressivamente smarrendo il senso non solo dell’etica ma anche della generosità, ”della gratuità, della solidarietà, del donare e del perdonare” 1 . Quasi ossessionati dal bisogno della ricerca a ogni costo della “suggestione” più adatta alla rappresentazione del momento. Non accorgendosi in questo di alimentare, spesso inconsapevolmente, quelle che in altra sede abbiamo definito come “fughe dall’architettura”. Nel mondo accademico si tratta di una via facile poiché è certamente più semplice insegnare ai giovani una “fuga” dall’architettura, anche se in nome dell’architettura, invece dell’architettura.  La fuga più clamorosa e più pericolosa, presente in ogni epoca storica ma soprattutto nella contemporaneità, è certamente la cosiddetta “fuga formalista”, quella cioè che vede erroneamente nella “ratio venustatis” la sostanza dell’architettura. C’è stata e c’è la fuga tecnologica, quando si è addirittura cercato di conferire all’aspetto tecnologico il significato e il valore tipici dell’ideologia architettonica. Con conseguente sopravvalutazione della normativa, in termini e in modi che ben conosciamo. C’è stata la fuga sociologica, forse una delle più antiche, con l’evidenziazione della sociologia delle comunità che parte dagli anni ’50 con la riscoperta della cultura architettonica mediterranea. C’è stata, in tempi recenti, la fuga politica, soprattutto in urbanistica, dove a una irrilevante preparazione disciplinare si è ritenuto di far fronte con la ricerca del potere. C’è stata la fuga informatica che almeno ai suoi inizi ha generato una serie di problemi dovuti alla confusione sul ruolo che avrebbe dovuto assumere il computer. Da mero strumento di ausilio nella progettazione a surrogato del progettista stesso. Ora c’è l’uso, e forse l’abuso, della AI per un’estetica della visione sempre più pronunciata. Ci sono state ulteriori diverse fughe che si potrebbero denominare come “artistiche” e cui appartiene certamente anche la seconda citata, cioè la formalista. Sono caratterizzate dalla quasi totale assenza di interesse nei confronti delle 1 G.Ravasi, Gli affari, domenicale de Il Sole24Ore del 14.12.25, p.1 problematiche autentiche dell’architettura. C’è la fuga pubblicistica con il progressivo aumento dell’editoria specialistica. Incremento che si riproduce a dismisura in occasione dei concorsi universitari, rivolto non tanto alla divulgazione o all’approfondimento di particolari tematiche dell’architettura, quanto al consolidamento di quell’aspetto non positivo dell’insegnamento universitario che intende privilegiare la “carriera” anteponendola allo “stare” con i giovani. E in queste tentazioni Andrea e Roberta non sono mai caduti come attesta il loro percorso professionale e culturale, serio e rigoroso. Ma soprattutto “contemporaneo”, cioè autenticamente “moderno”, oggi. Situazione che si percepisce pure dal linguaggio che adottano per le loro architetture. Linguaggio minimale potrebbe obiettare qualcuno ma che invece è linguaggio coerente con le loro scelte in cui è proprio la “questione ecologica” a determinare l’espressività della forma delle loro architetture. Basti pensare a un loro progetto, “casa in via chiesa”, per rendersene conto. Perché a loro non è mai interessato, e non interessa, essere ridondanti ma essenziali. Non aggiungono mai elementi non necessari se non con funzione climatica. Anche per essi, come ormai per pochissimi altri, vale l’antico adagio “less is more”. Se a questo aggiungiamo pure il “senso anglosassone dell’ironia” che ha sempre accompagnato Andrea in ogni sua manifestazione, e che da sempre segue i migliori architetti (ricordiamo Gregotti quando guardando le foto dell’ultimazione della sua città di Pujiang commentò “Peccato che adesso ci dovranno andare a vivere per davvero” 2 ). “Ironia” che ritroviamo sempre nei libri di Andrea, dai più antichi così come ai più recenti. Basta citarne uno solo, che vale per tutti, “Sessanta pensieri per l’architettura (e la vita)” in cui usa “sedicimila parole per raccontare sessanta pensieri per l’architettura (e per la vita). Un piccolo libro per coloro che cercano di affrontare il cambiamento (…) per immaginare un futuro migliore, partendo da considerazioni originate dalla conoscenza e dalla pratica dell’architettura (…) foriere di comportamenti per la vita”. Del suo ruolo nella pubblicistica ricordiamo poi che è fondatore e direttore (dal 2007) di “Architettare” un periodico di architettura (a mezza via tra “rivista” e “libro” al punto da possedere sia ISBN che ISSN) che da “bollettino dell’Ordine degli Architetti” finisce per essere una delle più interessanti riviste d’architettura italiane. Così come non possiamo non citare il suo impegno nella promozione dell’architettura ricordando la direzione scientifica delle iniziative promosse dal MIC come “Rigenera: Festival dell’Architettura”, di cui vince il bando per quattro edizioni. Anche, ma non solo, per questo non possiamo che augurare ad Andrea e Roberta di continuare a portare avanti il loro intenso lavoro con la costanza e la coerenza che li contraddistingue.
2026
Pacini, Pisa
A.Rinaldi, R. Casarini
Pensare, conoscere, fare
94
97
Alberto Manfredini
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