La violenza ostetrica si configura come una specifica forma di violenza di genere, materiale e simbolica, e come una grave violazione dei diritti umani, sessuali e riproduttivi delle donne. Essa si manifesta nelle pratiche sanitarie attraverso la mancanza di consenso informato, l’abuso di medicalizzazione, atteggiamenti autoritari e trattamenti umilianti o degradanti che incidono profondamente sulla salute psicofisica della partoriente e sull’esperienza complessiva del parto e del post-partum. Assumendo la maternità come spazio paradigmatico di esercizio del potere biopolitico, la tesi indaga tale fenomeno come forma sistemica e strutturale di violenza di genere, radicata in dispositivi, pratiche e assetti istituzionali che intervengono nella regolazione dei corpi riproduttivi femminili durante il parto, momento in cui la potenza generativa femminile viene percepita come eccedente. In una prospettiva genealogica ispirata a Michel Foucault e in dialogo con la riflessione femminista, il lavoro ricostruisce i processi storici e culturali attraverso cui la scienza medica ha assunto un ruolo egemonico nella gestione della nascita, operando tramite la patologizzazione del corpo femminile e trasformando il parto in un evento sottoposto a razionalità tecnocratiche e a gerarchie epistemiche e di genere. Attraverso la disamina dei meccanismi che hanno contribuito alla formazione dei modelli contemporanei di assistenza, l’indagine evidenzia la dimensione di genere e sessuata della violenza ostetrica. In tal senso, rende esplicito il nesso tra governo della riproduzione e violenza agita contro le donne nel contesto sanitario del parto, analizzando le connessioni tra sapere/potere ostetrico e pratiche istituzionali di disciplinamento. Questo intreccio delinea la cultura medica maschile come un dispositivo attraverso il quale viene costruito e veicolato un modello normativo di maternità, fondato sulla subordinazione della soggettività femminile e sulla regolazione prescrittiva dell’esperienza materna, che normalizza e rende socialmente accettabili pratiche di controllo, umiliazione e delegittimazione. L’analisi integra prospettive storiche, filosofiche, sociologiche e giuridiche. Da un lato, decostruisce la presunta neutralità della cultura e delle istituzioni mediche, le quali, attraverso pratiche routinarie, protocolli e standard operativi, tendono a reificare il soggetto e a ridurre il corpo femminile a ruolo e mera funzione materna; dall’altro analizza le implicazioni giuridiche e i mezzi a tutela dei diritti delle donne nel parto, esaminando il ruolo del diritto internazionale, europeo e comparato nel riconoscimento della violenza ostetrica come violenza di genere. Al fine di inquadrare il fenomeno, la tesi prende in esame gli strumenti delle Nazioni Unite in materia di diritti delle donne e le pronunce del Comitato per l’eliminazione della discriminazione contro le donne (CEDAW) e della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) , esaminando la definizione e la qualificazione giuridica, i limiti connessi alla vincolatività del diritto internazionale e le criticità relative all’applicazione degli obblighi statali in materia di prevenzione e contrasto alla violenza. In relazione al quadro europeo, la tesi analizza le leggi e le politiche dell’Unione e dei singoli Stati membri, esaminando progressi e ostacoli nel riconoscimento della violenza ostetrica e nell’implementazione di strumenti operativi, valutandone l’effettività sul piano applicativo. Particolare attenzione è dedicata all’esperienza dei Paesi latinoamericani, pionieri nel riconoscimento normativo del fenomeno, e al caso del Brasile, dove le politiche di umanizzazione del parto delineano un paradigma alternativo orientato alla trasformazione delle pratiche assistenziali. A partire dall’analisi del quadro normativo latinoamericano e distinguendo tra approcci adottati nei diversi Stati, rispettivamente più orientati alla prevenzione o alla sanzione della violenza ostetrica, la ricerca mostra come il riconoscimento giuridico del fenomeno costituisca un passaggio necessario ma non sufficiente e come la risposta sanzionatoria a condotte inappropriate o abusanti si riveli inefficace o, addirittura, controproducente. Emerge, invece, la necessità di interventi strutturali capaci di incidere concretamente sui modelli di cura, sul piano istituzionale, organizzativo e professionale. In tale prospettiva, il Brasile offre spunti significativi, adottando politiche orientate alla ridefinizione complessiva dell’assistenza al parto secondo un approccio biopsicosociale alla nascita. A partire da una critica alle categorie mediche dominati, la promozione di modelli alternativi di assistenza mette in discussione l’assetto complessivo dei sistemi sanitari e interroga il modo in cui le istituzioni mediche concepiscono il corpo delle donne, il parto e la maternità. La revisione delle pratiche e dei servizi di cura nel parto consente così di delineare una visione politica e trasformativa, incentrata sul valore dell’esperienza, della relazione e del protagonismo femminile, realizzando un approccio coerente con il rispetto dei diritti umani e dell’autodeterminazione delle donne. Obstetric violence constitutes a specific form of both material and symbolic gender-based violence and a serious violation of women's human, sexual, and reproductive rights. It manifests itself within healthcare practices through the absence of informed consent, the over-medicalization of childbirth, authoritarian attitudes, and humiliating or degrading treatment that profoundly affect women's physical and psychological well-being, as well as their overall childbirth and postpartum experience. By conceptualizing motherhood as a paradigmatic site for the exercise of biopolitical power, this dissertation investigates obstetric violence as a systemic and structural form of gender-based violence, embedded in the institutional arrangements, practices, and dispositifs that regulate women's reproductive bodies during childbirth—a moment in which female generative power is perceived as excessive. Drawing on a genealogical perspective inspired by Michel Foucault and engaging with feminist theory, the study reconstructs the historical and cultural processes through which medical science has assumed a hegemonic role in the governance of birth by pathologizing the female body and transforming childbirth into an event governed by technocratic rationalities and epistemic and gender hierarchies. Through an examination of the mechanisms that have shaped contemporary models of maternity care, the dissertation highlights the gendered and sex-specific dimensions of obstetric violence. In doing so, it makes explicit the relationship between the governance of reproduction and the violence perpetrated against women within maternity care, analysing the connections between obstetric knowledge/power and institutional practices of discipline. This interrelationship reveals masculine medical culture as a dispositif through which a normative model of motherhood is constructed and reproduced, grounded in the subordination of female subjectivity and the prescriptive regulation of maternal experience, thereby normalizing and legitimizing practices of control, humiliation, and delegitimization. The analysis integrates historical, philosophical, sociological, and legal perspectives. On the one hand, it deconstructs the presumed neutrality of medical culture and institutions, showing how routine practices, clinical protocols, and operational standards tend to reify women as subjects and reduce the female body to a reproductive role and mere maternal function. On the other hand, it examines the legal implications of obstetric violence and the mechanisms for protecting women's rights in childbirth by analysing the role of international, European, and comparative law in recognising obstetric violence as a form of gender-based violence. To frame the phenomenon, the dissertation examines the United Nations human rights instruments concerning women's rights, together with the jurisprudence of the Committee on the Elimination of Discrimination against Women (CEDAW) and the European Court of Human Rights (ECtHR). It analyses the legal definition and qualification of obstetric violence, the limitations arising from the non-binding or limited enforceability of international legal instruments, and the challenges related to the implementation of States' obligations to prevent and combat such violence. Within the European context, the dissertation analyses European Union legislation and policies, as well as the legal frameworks of individual Member States, assessing both the progress achieved and the obstacles encountered in recognising obstetric violence and implementing effective operational measures. Particular attention is devoted to the experience of Latin American countries, which have been pioneers in the legal recognition of obstetric violence, and especially to Brazil, where policies promoting the humanization of childbirth have established an alternative paradigm aimed at transforming maternity care practices. By examining the Latin American legal framework and distinguishing between the different approaches adopted by individual countries—some primarily oriented towards prevention, others towards the criminalization or sanctioning of obstetric violence—the research demonstrates that legal recognition of the phenomenon constitutes a necessary but insufficient step. It further argues that punitive responses to inappropriate or abusive conduct are often ineffective and may even prove counterproductive. Instead, the dissertation highlights the need for structural interventions capable of transforming models of care at the institutional, organizational, and professional levels. In this respect, Brazil provides significant insights by adopting policies aimed at a comprehensive redefinition of maternity care according to a biopsychosocial approach to childbirth. Building upon a critique of dominant medical categories, the promotion of alternative models of care challenges the overall organization of healthcare systems and questions the ways in which medical institutions conceptualize women's bodies, childbirth, and motherhood. The reconfiguration of maternity care practices and services thus outlines a political and transformative vision centred on women's lived experience, relational care, and agency, advancing an approach consistent with the protection of human rights and women's reproductive autonomy and self-determination.
Biopolitica della maternità: la violenza ostetrica come violenza di genere / Giulia Stolfi. - (2026).
Biopolitica della maternità: la violenza ostetrica come violenza di genere
Giulia Stolfi
2026
Abstract
La violenza ostetrica si configura come una specifica forma di violenza di genere, materiale e simbolica, e come una grave violazione dei diritti umani, sessuali e riproduttivi delle donne. Essa si manifesta nelle pratiche sanitarie attraverso la mancanza di consenso informato, l’abuso di medicalizzazione, atteggiamenti autoritari e trattamenti umilianti o degradanti che incidono profondamente sulla salute psicofisica della partoriente e sull’esperienza complessiva del parto e del post-partum. Assumendo la maternità come spazio paradigmatico di esercizio del potere biopolitico, la tesi indaga tale fenomeno come forma sistemica e strutturale di violenza di genere, radicata in dispositivi, pratiche e assetti istituzionali che intervengono nella regolazione dei corpi riproduttivi femminili durante il parto, momento in cui la potenza generativa femminile viene percepita come eccedente. In una prospettiva genealogica ispirata a Michel Foucault e in dialogo con la riflessione femminista, il lavoro ricostruisce i processi storici e culturali attraverso cui la scienza medica ha assunto un ruolo egemonico nella gestione della nascita, operando tramite la patologizzazione del corpo femminile e trasformando il parto in un evento sottoposto a razionalità tecnocratiche e a gerarchie epistemiche e di genere. Attraverso la disamina dei meccanismi che hanno contribuito alla formazione dei modelli contemporanei di assistenza, l’indagine evidenzia la dimensione di genere e sessuata della violenza ostetrica. In tal senso, rende esplicito il nesso tra governo della riproduzione e violenza agita contro le donne nel contesto sanitario del parto, analizzando le connessioni tra sapere/potere ostetrico e pratiche istituzionali di disciplinamento. Questo intreccio delinea la cultura medica maschile come un dispositivo attraverso il quale viene costruito e veicolato un modello normativo di maternità, fondato sulla subordinazione della soggettività femminile e sulla regolazione prescrittiva dell’esperienza materna, che normalizza e rende socialmente accettabili pratiche di controllo, umiliazione e delegittimazione. L’analisi integra prospettive storiche, filosofiche, sociologiche e giuridiche. Da un lato, decostruisce la presunta neutralità della cultura e delle istituzioni mediche, le quali, attraverso pratiche routinarie, protocolli e standard operativi, tendono a reificare il soggetto e a ridurre il corpo femminile a ruolo e mera funzione materna; dall’altro analizza le implicazioni giuridiche e i mezzi a tutela dei diritti delle donne nel parto, esaminando il ruolo del diritto internazionale, europeo e comparato nel riconoscimento della violenza ostetrica come violenza di genere. Al fine di inquadrare il fenomeno, la tesi prende in esame gli strumenti delle Nazioni Unite in materia di diritti delle donne e le pronunce del Comitato per l’eliminazione della discriminazione contro le donne (CEDAW) e della Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) , esaminando la definizione e la qualificazione giuridica, i limiti connessi alla vincolatività del diritto internazionale e le criticità relative all’applicazione degli obblighi statali in materia di prevenzione e contrasto alla violenza. In relazione al quadro europeo, la tesi analizza le leggi e le politiche dell’Unione e dei singoli Stati membri, esaminando progressi e ostacoli nel riconoscimento della violenza ostetrica e nell’implementazione di strumenti operativi, valutandone l’effettività sul piano applicativo. Particolare attenzione è dedicata all’esperienza dei Paesi latinoamericani, pionieri nel riconoscimento normativo del fenomeno, e al caso del Brasile, dove le politiche di umanizzazione del parto delineano un paradigma alternativo orientato alla trasformazione delle pratiche assistenziali. A partire dall’analisi del quadro normativo latinoamericano e distinguendo tra approcci adottati nei diversi Stati, rispettivamente più orientati alla prevenzione o alla sanzione della violenza ostetrica, la ricerca mostra come il riconoscimento giuridico del fenomeno costituisca un passaggio necessario ma non sufficiente e come la risposta sanzionatoria a condotte inappropriate o abusanti si riveli inefficace o, addirittura, controproducente. Emerge, invece, la necessità di interventi strutturali capaci di incidere concretamente sui modelli di cura, sul piano istituzionale, organizzativo e professionale. In tale prospettiva, il Brasile offre spunti significativi, adottando politiche orientate alla ridefinizione complessiva dell’assistenza al parto secondo un approccio biopsicosociale alla nascita. A partire da una critica alle categorie mediche dominati, la promozione di modelli alternativi di assistenza mette in discussione l’assetto complessivo dei sistemi sanitari e interroga il modo in cui le istituzioni mediche concepiscono il corpo delle donne, il parto e la maternità. La revisione delle pratiche e dei servizi di cura nel parto consente così di delineare una visione politica e trasformativa, incentrata sul valore dell’esperienza, della relazione e del protagonismo femminile, realizzando un approccio coerente con il rispetto dei diritti umani e dell’autodeterminazione delle donne. Obstetric violence constitutes a specific form of both material and symbolic gender-based violence and a serious violation of women's human, sexual, and reproductive rights. It manifests itself within healthcare practices through the absence of informed consent, the over-medicalization of childbirth, authoritarian attitudes, and humiliating or degrading treatment that profoundly affect women's physical and psychological well-being, as well as their overall childbirth and postpartum experience. By conceptualizing motherhood as a paradigmatic site for the exercise of biopolitical power, this dissertation investigates obstetric violence as a systemic and structural form of gender-based violence, embedded in the institutional arrangements, practices, and dispositifs that regulate women's reproductive bodies during childbirth—a moment in which female generative power is perceived as excessive. Drawing on a genealogical perspective inspired by Michel Foucault and engaging with feminist theory, the study reconstructs the historical and cultural processes through which medical science has assumed a hegemonic role in the governance of birth by pathologizing the female body and transforming childbirth into an event governed by technocratic rationalities and epistemic and gender hierarchies. Through an examination of the mechanisms that have shaped contemporary models of maternity care, the dissertation highlights the gendered and sex-specific dimensions of obstetric violence. In doing so, it makes explicit the relationship between the governance of reproduction and the violence perpetrated against women within maternity care, analysing the connections between obstetric knowledge/power and institutional practices of discipline. This interrelationship reveals masculine medical culture as a dispositif through which a normative model of motherhood is constructed and reproduced, grounded in the subordination of female subjectivity and the prescriptive regulation of maternal experience, thereby normalizing and legitimizing practices of control, humiliation, and delegitimization. The analysis integrates historical, philosophical, sociological, and legal perspectives. On the one hand, it deconstructs the presumed neutrality of medical culture and institutions, showing how routine practices, clinical protocols, and operational standards tend to reify women as subjects and reduce the female body to a reproductive role and mere maternal function. On the other hand, it examines the legal implications of obstetric violence and the mechanisms for protecting women's rights in childbirth by analysing the role of international, European, and comparative law in recognising obstetric violence as a form of gender-based violence. To frame the phenomenon, the dissertation examines the United Nations human rights instruments concerning women's rights, together with the jurisprudence of the Committee on the Elimination of Discrimination against Women (CEDAW) and the European Court of Human Rights (ECtHR). It analyses the legal definition and qualification of obstetric violence, the limitations arising from the non-binding or limited enforceability of international legal instruments, and the challenges related to the implementation of States' obligations to prevent and combat such violence. Within the European context, the dissertation analyses European Union legislation and policies, as well as the legal frameworks of individual Member States, assessing both the progress achieved and the obstacles encountered in recognising obstetric violence and implementing effective operational measures. Particular attention is devoted to the experience of Latin American countries, which have been pioneers in the legal recognition of obstetric violence, and especially to Brazil, where policies promoting the humanization of childbirth have established an alternative paradigm aimed at transforming maternity care practices. By examining the Latin American legal framework and distinguishing between the different approaches adopted by individual countries—some primarily oriented towards prevention, others towards the criminalization or sanctioning of obstetric violence—the research demonstrates that legal recognition of the phenomenon constitutes a necessary but insufficient step. It further argues that punitive responses to inappropriate or abusive conduct are often ineffective and may even prove counterproductive. Instead, the dissertation highlights the need for structural interventions capable of transforming models of care at the institutional, organizational, and professional levels. In this respect, Brazil provides significant insights by adopting policies aimed at a comprehensive redefinition of maternity care according to a biopsychosocial approach to childbirth. Building upon a critique of dominant medical categories, the promotion of alternative models of care challenges the overall organization of healthcare systems and questions the ways in which medical institutions conceptualize women's bodies, childbirth, and motherhood. The reconfiguration of maternity care practices and services thus outlines a political and transformative vision centred on women's lived experience, relational care, and agency, advancing an approach consistent with the protection of human rights and women's reproductive autonomy and self-determination.| File | Dimensione | Formato | |
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Descrizione: Biopolitica della maternità: la violenza ostetrica come violenza di genere
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