Sospeso tra teoria e sociologia delle relazioni internazionali, tra storia e filosofia della politica internazionale, il pensiero di Hedley Bull rifugge ogni etichetta. Si tratta infatti di un autore poliedrico, a suo agio in contesti anche molto distanti tra loro. Non è un caso che il suo nome ricorra negli studi sulla deterrenza nucleare almeno quanto nei saggi dedicati, ad esempio, alla dottrina groziana. Passare in rassegna i molteplici risvolti della teoria di Bull, significa perdersi in un labirinto di dotti rimandi, di riferimenti incrociati tra filosofia del diritto, teoria politica e storia delle relazioni internazionali: è un gioco di specchi che rivela concatenazioni inedite ed imprevedibili accostamenti. E Bull è maestro nel condurre il lettore attraverso i diversi piani della narrazione. D’altra parte questa coralità, è frutto di un’opzione teorica precisa: per comprendere la realtà internazionale è necessario un ‘metodo’ preciso che, in omaggio all’eclettismo tipico della cultura anglosassone, poggia su più pilastri dotati tutti della medesima importanza. La politica, certo, ma anche il diritto e l’economia governano le relazioni internazionali. Non è possibile, sembra dirci Bull, esaminare in maniera unidimensionale la scena internazionale, basandosi soltanto sui testi dei trattati e delle Carte. Ma, tanto meno, si può pensare di ridurla a mero distillato degli equilibri di potenza e degli artifici diplomatici delle cancellerie. La prospettiva adottata nel volume conduce ad interpretare Bull come filosofo del diritto internazionale. Si tratta di una visuale molto particolare che se da un lato conduce inevitabilmente ad una rigida ‘sezionatura’ del suo pensiero, dall’altro lato non determina certo una deformazione della sua dottrina. D’altra parte per il giurista alle prese con the Anarchical Society -- e non solo -- sono troppi i richiami, gli spunti provocatori: il costante riferimento ad Herbert Hart, in primo luogo, di cui Bull fu allievo ed interprete scrupoloso tanto che si può sostenere, senza eccessive forzature, che il testo rappresenti una traduzione delle tesi hartiane dal piano concettuale a quello storico-empirico. Per tacere poi, dell’importanza riconosciuta al Grozio filosofo giusnaturalista e teorico del diritto internazionale, ma anche (ri)fondatore dell’etica dei rapporti internazionali. E che dire dell’influenza del giuspositivismo che trapela in molti snodi della teoria bulliana? Nelle pagine di Bull, il confronto tra Lassa Oppenheim e Hersch Lauterpacht che, nei primi decenni del secolo scorso, ha lacerato la scienza giuridica internazionalistica britannica, ha una rilevanza non inferiore allo scontro titanico tra realismo ed idealismo in atto, in quegli stessi anni, nella scienza politica.

Un ordine minimo. La filosofia del diritto internazionale di Hedley Bull / FILIPPO RUSCHI. - STAMPA. - (2008), pp. 1-256.

Un ordine minimo. La filosofia del diritto internazionale di Hedley Bull

RUSCHI, FILIPPO
2008

Abstract

Sospeso tra teoria e sociologia delle relazioni internazionali, tra storia e filosofia della politica internazionale, il pensiero di Hedley Bull rifugge ogni etichetta. Si tratta infatti di un autore poliedrico, a suo agio in contesti anche molto distanti tra loro. Non è un caso che il suo nome ricorra negli studi sulla deterrenza nucleare almeno quanto nei saggi dedicati, ad esempio, alla dottrina groziana. Passare in rassegna i molteplici risvolti della teoria di Bull, significa perdersi in un labirinto di dotti rimandi, di riferimenti incrociati tra filosofia del diritto, teoria politica e storia delle relazioni internazionali: è un gioco di specchi che rivela concatenazioni inedite ed imprevedibili accostamenti. E Bull è maestro nel condurre il lettore attraverso i diversi piani della narrazione. D’altra parte questa coralità, è frutto di un’opzione teorica precisa: per comprendere la realtà internazionale è necessario un ‘metodo’ preciso che, in omaggio all’eclettismo tipico della cultura anglosassone, poggia su più pilastri dotati tutti della medesima importanza. La politica, certo, ma anche il diritto e l’economia governano le relazioni internazionali. Non è possibile, sembra dirci Bull, esaminare in maniera unidimensionale la scena internazionale, basandosi soltanto sui testi dei trattati e delle Carte. Ma, tanto meno, si può pensare di ridurla a mero distillato degli equilibri di potenza e degli artifici diplomatici delle cancellerie. La prospettiva adottata nel volume conduce ad interpretare Bull come filosofo del diritto internazionale. Si tratta di una visuale molto particolare che se da un lato conduce inevitabilmente ad una rigida ‘sezionatura’ del suo pensiero, dall’altro lato non determina certo una deformazione della sua dottrina. D’altra parte per il giurista alle prese con the Anarchical Society -- e non solo -- sono troppi i richiami, gli spunti provocatori: il costante riferimento ad Herbert Hart, in primo luogo, di cui Bull fu allievo ed interprete scrupoloso tanto che si può sostenere, senza eccessive forzature, che il testo rappresenti una traduzione delle tesi hartiane dal piano concettuale a quello storico-empirico. Per tacere poi, dell’importanza riconosciuta al Grozio filosofo giusnaturalista e teorico del diritto internazionale, ma anche (ri)fondatore dell’etica dei rapporti internazionali. E che dire dell’influenza del giuspositivismo che trapela in molti snodi della teoria bulliana? Nelle pagine di Bull, il confronto tra Lassa Oppenheim e Hersch Lauterpacht che, nei primi decenni del secolo scorso, ha lacerato la scienza giuridica internazionalistica britannica, ha una rilevanza non inferiore allo scontro titanico tra realismo ed idealismo in atto, in quegli stessi anni, nella scienza politica.
888021070X
1
256
Goal 17: Partnerships for the goals
FILIPPO RUSCHI
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