L’Accademia della Crusca, come è noto, non si occupa solo di italiano letterario, ma segue da sempre anche l’evoluzione degli usi linguistici settoriali. All’indomani dell’Unità, gli accademici si dedicarono alla compilazione del «gran Libro della Nazione» per realizzare uno strumento capace di rappresentare il presente della lingua e della cultura italiana, dando anche spazio agli usi linguistici coevi. Essi erano ben consapevoli che con la proclamazione del Regno d’Italia la lingua dell’amministrazione pubblica avrebbe ricoperto un ruolo importante come fattore di unificazione. Lo Stato, infatti, si rivolgeva con un’unica voce a tutti i cittadini, per i quali entrare in contatto con la lingua degli uffici era spesso la sola occasione di confronto con la lingua nazionale. L’intervento si propone, analizzando alcuni dei termini amministrativi e burocratici accolti per la prima volta nella V impressione del Vocabolario, di indagare la posizione dell’Accademia verso il fenomeno della diffusione della lingua degli uffici, attraverso il confronto con repertori lessicali coevi. In particolare, sarà utilizzato come cartina di tornasole dell’indagine il Vocabolario di parole e modi errati che sono comunemente in uso specialmente negli uffizi di publica amministrazione di Filippo Ugolini (1848) che ha come punto di riferimento principale il Vocabolario della lingua italiana già compilato dagli accademici della Crusca ed ora nuovamente accresciuto dall’abate Giuseppe Manuzzi (1833-1840). Partendo dalle voci che Ugolini segnala come errate («piccolo mostro», «lascialo agli scorretti causidici», «lascialo ai segretari e ad altri ufficiali che non si curano di astenersi dai barbarismi») o da quelle su cui egli mette in guardia il lettore perché appartengono a un uso settoriale («se non è possibile bandirle dagli uffici pubblici almeno si sappia che…»), si vedrà quali termini sono stati accolti nella V Crusca, spesso come prime attestazioni a lemma, e quali invece non sono stati registrati. Un solo esempio: il termine certificato, che Ugolini sconsiglia, tanto da giustificarne l’assenza nella Crusca del Manuzzi («manca al Vocabolario, né ci bisogna»), è presente invece nella V Crusca, che lo registra a lemma come sostantivo – unica tra la cinque impressioni ufficiali – con una glossa neutra e moderna come «dichiarazione che si fa per iscritto da alcuno a fine di attestare in modo autorevole la verità di un cosa».

La Crusca e la lingua degli uffici: sondaggi lessicali nella V impressione / Stefania Iannizzotto; Angela Frati. - STAMPA. - (2013), pp. 379-391. ((Intervento presentato al convegno Il Vocabolario degli Accademici della Crusca (1612) e la storia della lessicografia italiana tenutosi a Padova - Venezia nel 29 novembre - 1 dicembre 2012.

La Crusca e la lingua degli uffici: sondaggi lessicali nella V impressione

IANNIZZOTTO, STEFANIA;FRATI, ANGELA
2013

Abstract

L’Accademia della Crusca, come è noto, non si occupa solo di italiano letterario, ma segue da sempre anche l’evoluzione degli usi linguistici settoriali. All’indomani dell’Unità, gli accademici si dedicarono alla compilazione del «gran Libro della Nazione» per realizzare uno strumento capace di rappresentare il presente della lingua e della cultura italiana, dando anche spazio agli usi linguistici coevi. Essi erano ben consapevoli che con la proclamazione del Regno d’Italia la lingua dell’amministrazione pubblica avrebbe ricoperto un ruolo importante come fattore di unificazione. Lo Stato, infatti, si rivolgeva con un’unica voce a tutti i cittadini, per i quali entrare in contatto con la lingua degli uffici era spesso la sola occasione di confronto con la lingua nazionale. L’intervento si propone, analizzando alcuni dei termini amministrativi e burocratici accolti per la prima volta nella V impressione del Vocabolario, di indagare la posizione dell’Accademia verso il fenomeno della diffusione della lingua degli uffici, attraverso il confronto con repertori lessicali coevi. In particolare, sarà utilizzato come cartina di tornasole dell’indagine il Vocabolario di parole e modi errati che sono comunemente in uso specialmente negli uffizi di publica amministrazione di Filippo Ugolini (1848) che ha come punto di riferimento principale il Vocabolario della lingua italiana già compilato dagli accademici della Crusca ed ora nuovamente accresciuto dall’abate Giuseppe Manuzzi (1833-1840). Partendo dalle voci che Ugolini segnala come errate («piccolo mostro», «lascialo agli scorretti causidici», «lascialo ai segretari e ad altri ufficiali che non si curano di astenersi dai barbarismi») o da quelle su cui egli mette in guardia il lettore perché appartengono a un uso settoriale («se non è possibile bandirle dagli uffici pubblici almeno si sappia che…»), si vedrà quali termini sono stati accolti nella V Crusca, spesso come prime attestazioni a lemma, e quali invece non sono stati registrati. Un solo esempio: il termine certificato, che Ugolini sconsiglia, tanto da giustificarne l’assenza nella Crusca del Manuzzi («manca al Vocabolario, né ci bisogna»), è presente invece nella V Crusca, che lo registra a lemma come sostantivo – unica tra la cinque impressioni ufficiali – con una glossa neutra e moderna come «dichiarazione che si fa per iscritto da alcuno a fine di attestare in modo autorevole la verità di un cosa».
Il Vocabolario degli Accademici della Crusca (1612) e la storia della lessicografia italiana
Il Vocabolario degli Accademici della Crusca (1612) e la storia della lessicografia italiana
Padova - Venezia
29 novembre - 1 dicembre 2012
Stefania Iannizzotto; Angela Frati
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