Presentare oggi otto edifici (otto “case”) di Mauro Severi impone sia una riflessione sullo stato attuale dell’architettura per meglio comprendere l’autentico “senso” contemporaneo di tali manufatti, sia un approfondimento, fuori dagli schemi abituali, sull’autore, architetto a tutto campo, storico e pubblicista e, fatto non trascurabile, imprenditore. Proprio da qui, da questa sua particolare condizione d’essere, vorrei partire perché è solo così che è possibile cogliere una differenza sostanziale di metodo e di atteggiamento (rispetto alla stragrande maggioranza dei progettisti) nei confronti del progetto di architettura. E’ prima di tutto grazie al suo essere imprenditore che Severi riesce “a incarnare l’idea di Schumpeter, secondo cui il vero motore del progresso è costituito da quelle persone che sono in grado di costruire qualcosa a partire dal nulla”1 e in questo l’autore sa osservare una coerenza e una logica invidiabili. Siamo di fronte a un ideologo stoico o a un intellettuale epicureo? A un esponente della “vita attiva” o della “vita contemplativa” o a qualcosa di leggermente diverso che, seppure da bande opposte, le ricomprenda entrambe o le trascenda? Se per Zenone, caposcuola della Stoà l’imperativo categorico è “fare politica” (accede ad rem publicam) per Epicuro, caposcuola del Giardino, l’imperativo è “non fare politica” (recede a re publica), vivi in disparte2. Come si colloca la poetica di Mauro Severi rispetto a ciò? In che modo la contrapposizione tra la cosiddetta vita attiva caratterizzata dal negotium e dalla “politica praticata” in opposizione alla vita contemplativa dominata dall’otium, dalla contemplatio e dalla “politica subita” trova sintesi nella sua opera? Per Ivano Dionigi (cui si debbono le tesi sopraesposte) Orazio (quell’Orazio dell’ibam forte via sacra3), privo di un pensiero forte, oscillerà tra le due posizioni, quella impegnata stoica e quella privata epicurea. Non so fino a che punto si possa condividere che Orazio non avesse un pensiero forte piuttosto che fosse conscio che la vita reale comportava, per essere vissuta “civilmente”, la compresenza di entrambi gli aspetti. Certo è che, per un progettista “moderno”, che dal mio punto di vista per essere tale deve essere “classico” (e Mauro Severi lo è), nel senso che la propria opera deve essere caratterizzata dalla centralità della ragione e dal culto dell’equilibrio (la balance kahniana), e in cui ogni elemento architettonico deve essere al posto che gli compete e non altrove, l’oscillazione tra i due sistemi è certamente condizione necessaria, anche se non sufficiente, per produrre architettura autentica. In ogni epoca storica abbiamo assistito a perniciose parzializzazioni dell’architettura a seconda della maggiore o minore oscillazione del progettista verso l’uno anziché l’altro dei due atteggiamenti. Un esempio che può valere per molti altri: l’architettura dell’illuminismo in cui convivono, separati, l’architettura neoclassica e l’architettura utopica (rivoluzionaria) che pur partendo da motivazioni comuni (le ragioni del razionalismo) approdano a una concezione razionale del classicismo dagli esiti dapprima analoghi e infine opposti. Condizione che aprirebbe le porte a una rilettura dell’intera architettura; ma questa è un’altra storia. Gli architetti migliori di sempre, per i quali l’architettura è comunque il soddisfacimento di esigenze reali e sostanziali (non formali) di parte della società di appartenenza, per i quali l’architettura è prima di tutto un fatto costruito, che trascende il disegno, consci che la teoria del progetto attinge alla sfera della vita contemplativa ma che la realtà dell’architettura è parte indissolubile della vita attiva, credono e operano, consapevolmente o inconsapevolmente poco importa, nell’otium militante di Seneca (che fu, prima, di Orazio). Orbene il mondo classico della centralità della ragione, in architettura, cosa ha in comune con il mondo dell’architettura contemporanea che ci si manifesta comunque privo di “centro” e senza più una “misura”? Ha in comune il lavoro di architetti di talento come Mauro Severi, che pur vantando la propria derivazione dalla cosiddetta Scuola Toscana (che tra l’altro non esiste più perché è stata sepolta da uno dei suoi princìpi fondamentali: la coscienza del “dubbio critico” che dopo averla indirizzata lungo positive e irripetibili esperienze ha finito per travolgerla e poi per spegnerla definitivamente. Pervasi dal dubbio i maestri toscani finirono per non avere più alcuna certezza da seguire) in realtà se ne discosta. O meglio se ne è sempre discostato, sia come approccio (certezze invece di dubbi) che come risultato finale (talento non fine a sé stesso che mai ha smarrito la strada del tempo, che è poi il senso della storia), coadiuvato in questo proprio dalla sua duplice condizione di “architetto moderno” e di “imprenditore”. I progetti e le realizzazioni di Mauro Severi (gli otto interventi residenziali qui illustrati intendono rappresentare solo un capitolo interessante della sua più ampia opera) ci consentono di affrontare in maniera diretta l’apparente “luogo comune” di cosa sia, o debba o dovrebbe essere, l’architettura. Adolf Loos scriveva nel 1909 che “oggi la maggior parte degli edifici piace solo a due entità: il committente e l’architetto. Diversamente dall’opera artistica (…) l’edificio deve piacere a tutti. Se l’opera d’arte appartiene alla sfera privata dell’artista, così non è per l’edificio”(…). Se l’opera d’arte nasce senza un bisogno, l’edificio soddisfa un’esigenza. Se l’opera d’arte non risponde ad alcuno, l’architettura rende conto a tutti”. Ma a quale tipo di architettura si riferisce Loos? A quella della semplicità, che ha caratterizzato ogni epoca, soprattutto nell’ambito di quell’architettura urbana che, in contrapposizione all’opera d’arte, dovrebbe “piacere a tutti” proprio per dover “rendere conto” a quella collettività che affida all’architetto il compito di rappresentare in forme compiute una cultura che le appartiene. Cosa che egregiamente compie in questi otto edifici Mauro Severi anche se, nella fattispecie, il difficile compito gli è affidato da singoli privati che peraltro appartengono egualmente a una collettività, a quella stessa collettività cui sopra accennavo. Mai come in questi suoi lavori qui rappresentati è possibile affermare che se “costruire un edificio diviene un atto necessario, rappresentarne il valore costituisce un atto civile4”. Quando le architetture della contemporaneità sono sovente concepite in nome di una deriva formalista che vorrebbe far assumere all’architetto il ruolo dello “stilista urbano che opera senza alcuna relazione di reciprocità se non quella della competizione. Per vincere la quale bisogna stupire, essere diversi, anche se tanta diversità produce solo il rumore indistinto dell’uniformità”5. Mauro Severi porta avanti con coerente ostinazione, e senza ambiguità, il proprio lavoro di architetto cercando di riportare, all’interno della propria architettura, quel “centro” e quella “misura” di cui abbiamo purtroppo lamentato la quasi totale assenza nel panorama contemporaneo dell’architettura. Ordine e misura, rapporto con il contesto e “crescita felice” del rapporto, quando esiste, con la preesistenza. Architettura semplice (lo si comprende subito dall'essenzialità planimetrica presente in ogni unità residenziale), anche se a una lettura affrettata potrebbe parere il contrario, ma semplice nel senso che ogni cosa in essa prevista è necessaria e non arbitraria. Ricchezza spaziale (il ricorso ai plurivolumi interni6 -questo sì un debito verso la scuola toscana ma non solo- è quasi una costante in questi otto lavori), gran varietà di materiali che non vuol dire mancanza di un solido orientamento costruttivo bensì profonda esperienza e sapiente conoscenza delle prestazioni che ogni tipologia di materiale è in grado di offrire a seconda delle esigenze diverse del progetto e delle sue forme le quali ultime, si badi bene, non sono esercizi formalistici, ma sempre e comunque l’attento modo di offrire risposta a una oggettiva esigenza (penso alla particolarità di talune coperture7). E poi nuovamente il rapporto con la preesistenza. Nella maggior parte degli esempi proposti, cinque dei quali condivisi con Mario Ferrara8, la nuova “casa”, o il nuovo edificio, nasce come gemmazione o addizione di un fabbricato esistente, mai per partenogenesi. L’abilità dell’autore sta sì nel rendere diverso il nuovo dal preesistente ma sempre e comunque il rapporto che ne deriva è di affinità e mai di contrasto (persegue sempre la via meno facile) e la reciprocità complessiva è altamente positiva9. Il linguaggio architettonico è personale e autonomo, l’insistenza puntigliosa nello studio e nell’esecuzione del dettaglio costruttivo conferiscono credibilità al tutto. Infine il legame con la propria terra e con la propria tradizione fanno di queste otto “case” progettate e realizzate nella cosiddetta “bassa reggiana” (la porzione della grande pianura a nord di Reggio Emilia e a sud del grande fiume) un ottimo esempio di letteratura per chi si dovesse trovare a operare in situazioni analoghe. Si tratta di lavori realizzati a Correggio e a San Martino in Rio nell’arco cronologico di quasi un ventennio, dal 1992 al 2010. Sono tra l’altro progetti che si spiegano molto bene da soli (come è evidente nello sfogliare le pagine di questo libro) e ciò capita di rado. Capita solo alla buona architettura. A quell’architettura che mi piace definire della “felicità”, perché rende l’uomo o la donna che la vivono e la abitano “felici”. Che non è la felicità dello “stoico” (voluptas corporis) né quella dell’ ”epicureo” (virtus animi), ma certamente quella del “cristiano” (donum Dei). E anche per questo dobbiamo ringraziare Mauro Severi.

Otto interventi residenziali nella pianura emiliana / Alberto Manfredini. - STAMPA. - (2019), pp. 7-13.

Otto interventi residenziali nella pianura emiliana

Alberto Manfredini
2019

Abstract

Presentare oggi otto edifici (otto “case”) di Mauro Severi impone sia una riflessione sullo stato attuale dell’architettura per meglio comprendere l’autentico “senso” contemporaneo di tali manufatti, sia un approfondimento, fuori dagli schemi abituali, sull’autore, architetto a tutto campo, storico e pubblicista e, fatto non trascurabile, imprenditore. Proprio da qui, da questa sua particolare condizione d’essere, vorrei partire perché è solo così che è possibile cogliere una differenza sostanziale di metodo e di atteggiamento (rispetto alla stragrande maggioranza dei progettisti) nei confronti del progetto di architettura. E’ prima di tutto grazie al suo essere imprenditore che Severi riesce “a incarnare l’idea di Schumpeter, secondo cui il vero motore del progresso è costituito da quelle persone che sono in grado di costruire qualcosa a partire dal nulla”1 e in questo l’autore sa osservare una coerenza e una logica invidiabili. Siamo di fronte a un ideologo stoico o a un intellettuale epicureo? A un esponente della “vita attiva” o della “vita contemplativa” o a qualcosa di leggermente diverso che, seppure da bande opposte, le ricomprenda entrambe o le trascenda? Se per Zenone, caposcuola della Stoà l’imperativo categorico è “fare politica” (accede ad rem publicam) per Epicuro, caposcuola del Giardino, l’imperativo è “non fare politica” (recede a re publica), vivi in disparte2. Come si colloca la poetica di Mauro Severi rispetto a ciò? In che modo la contrapposizione tra la cosiddetta vita attiva caratterizzata dal negotium e dalla “politica praticata” in opposizione alla vita contemplativa dominata dall’otium, dalla contemplatio e dalla “politica subita” trova sintesi nella sua opera? Per Ivano Dionigi (cui si debbono le tesi sopraesposte) Orazio (quell’Orazio dell’ibam forte via sacra3), privo di un pensiero forte, oscillerà tra le due posizioni, quella impegnata stoica e quella privata epicurea. Non so fino a che punto si possa condividere che Orazio non avesse un pensiero forte piuttosto che fosse conscio che la vita reale comportava, per essere vissuta “civilmente”, la compresenza di entrambi gli aspetti. Certo è che, per un progettista “moderno”, che dal mio punto di vista per essere tale deve essere “classico” (e Mauro Severi lo è), nel senso che la propria opera deve essere caratterizzata dalla centralità della ragione e dal culto dell’equilibrio (la balance kahniana), e in cui ogni elemento architettonico deve essere al posto che gli compete e non altrove, l’oscillazione tra i due sistemi è certamente condizione necessaria, anche se non sufficiente, per produrre architettura autentica. In ogni epoca storica abbiamo assistito a perniciose parzializzazioni dell’architettura a seconda della maggiore o minore oscillazione del progettista verso l’uno anziché l’altro dei due atteggiamenti. Un esempio che può valere per molti altri: l’architettura dell’illuminismo in cui convivono, separati, l’architettura neoclassica e l’architettura utopica (rivoluzionaria) che pur partendo da motivazioni comuni (le ragioni del razionalismo) approdano a una concezione razionale del classicismo dagli esiti dapprima analoghi e infine opposti. Condizione che aprirebbe le porte a una rilettura dell’intera architettura; ma questa è un’altra storia. Gli architetti migliori di sempre, per i quali l’architettura è comunque il soddisfacimento di esigenze reali e sostanziali (non formali) di parte della società di appartenenza, per i quali l’architettura è prima di tutto un fatto costruito, che trascende il disegno, consci che la teoria del progetto attinge alla sfera della vita contemplativa ma che la realtà dell’architettura è parte indissolubile della vita attiva, credono e operano, consapevolmente o inconsapevolmente poco importa, nell’otium militante di Seneca (che fu, prima, di Orazio). Orbene il mondo classico della centralità della ragione, in architettura, cosa ha in comune con il mondo dell’architettura contemporanea che ci si manifesta comunque privo di “centro” e senza più una “misura”? Ha in comune il lavoro di architetti di talento come Mauro Severi, che pur vantando la propria derivazione dalla cosiddetta Scuola Toscana (che tra l’altro non esiste più perché è stata sepolta da uno dei suoi princìpi fondamentali: la coscienza del “dubbio critico” che dopo averla indirizzata lungo positive e irripetibili esperienze ha finito per travolgerla e poi per spegnerla definitivamente. Pervasi dal dubbio i maestri toscani finirono per non avere più alcuna certezza da seguire) in realtà se ne discosta. O meglio se ne è sempre discostato, sia come approccio (certezze invece di dubbi) che come risultato finale (talento non fine a sé stesso che mai ha smarrito la strada del tempo, che è poi il senso della storia), coadiuvato in questo proprio dalla sua duplice condizione di “architetto moderno” e di “imprenditore”. I progetti e le realizzazioni di Mauro Severi (gli otto interventi residenziali qui illustrati intendono rappresentare solo un capitolo interessante della sua più ampia opera) ci consentono di affrontare in maniera diretta l’apparente “luogo comune” di cosa sia, o debba o dovrebbe essere, l’architettura. Adolf Loos scriveva nel 1909 che “oggi la maggior parte degli edifici piace solo a due entità: il committente e l’architetto. Diversamente dall’opera artistica (…) l’edificio deve piacere a tutti. Se l’opera d’arte appartiene alla sfera privata dell’artista, così non è per l’edificio”(…). Se l’opera d’arte nasce senza un bisogno, l’edificio soddisfa un’esigenza. Se l’opera d’arte non risponde ad alcuno, l’architettura rende conto a tutti”. Ma a quale tipo di architettura si riferisce Loos? A quella della semplicità, che ha caratterizzato ogni epoca, soprattutto nell’ambito di quell’architettura urbana che, in contrapposizione all’opera d’arte, dovrebbe “piacere a tutti” proprio per dover “rendere conto” a quella collettività che affida all’architetto il compito di rappresentare in forme compiute una cultura che le appartiene. Cosa che egregiamente compie in questi otto edifici Mauro Severi anche se, nella fattispecie, il difficile compito gli è affidato da singoli privati che peraltro appartengono egualmente a una collettività, a quella stessa collettività cui sopra accennavo. Mai come in questi suoi lavori qui rappresentati è possibile affermare che se “costruire un edificio diviene un atto necessario, rappresentarne il valore costituisce un atto civile4”. Quando le architetture della contemporaneità sono sovente concepite in nome di una deriva formalista che vorrebbe far assumere all’architetto il ruolo dello “stilista urbano che opera senza alcuna relazione di reciprocità se non quella della competizione. Per vincere la quale bisogna stupire, essere diversi, anche se tanta diversità produce solo il rumore indistinto dell’uniformità”5. Mauro Severi porta avanti con coerente ostinazione, e senza ambiguità, il proprio lavoro di architetto cercando di riportare, all’interno della propria architettura, quel “centro” e quella “misura” di cui abbiamo purtroppo lamentato la quasi totale assenza nel panorama contemporaneo dell’architettura. Ordine e misura, rapporto con il contesto e “crescita felice” del rapporto, quando esiste, con la preesistenza. Architettura semplice (lo si comprende subito dall'essenzialità planimetrica presente in ogni unità residenziale), anche se a una lettura affrettata potrebbe parere il contrario, ma semplice nel senso che ogni cosa in essa prevista è necessaria e non arbitraria. Ricchezza spaziale (il ricorso ai plurivolumi interni6 -questo sì un debito verso la scuola toscana ma non solo- è quasi una costante in questi otto lavori), gran varietà di materiali che non vuol dire mancanza di un solido orientamento costruttivo bensì profonda esperienza e sapiente conoscenza delle prestazioni che ogni tipologia di materiale è in grado di offrire a seconda delle esigenze diverse del progetto e delle sue forme le quali ultime, si badi bene, non sono esercizi formalistici, ma sempre e comunque l’attento modo di offrire risposta a una oggettiva esigenza (penso alla particolarità di talune coperture7). E poi nuovamente il rapporto con la preesistenza. Nella maggior parte degli esempi proposti, cinque dei quali condivisi con Mario Ferrara8, la nuova “casa”, o il nuovo edificio, nasce come gemmazione o addizione di un fabbricato esistente, mai per partenogenesi. L’abilità dell’autore sta sì nel rendere diverso il nuovo dal preesistente ma sempre e comunque il rapporto che ne deriva è di affinità e mai di contrasto (persegue sempre la via meno facile) e la reciprocità complessiva è altamente positiva9. Il linguaggio architettonico è personale e autonomo, l’insistenza puntigliosa nello studio e nell’esecuzione del dettaglio costruttivo conferiscono credibilità al tutto. Infine il legame con la propria terra e con la propria tradizione fanno di queste otto “case” progettate e realizzate nella cosiddetta “bassa reggiana” (la porzione della grande pianura a nord di Reggio Emilia e a sud del grande fiume) un ottimo esempio di letteratura per chi si dovesse trovare a operare in situazioni analoghe. Si tratta di lavori realizzati a Correggio e a San Martino in Rio nell’arco cronologico di quasi un ventennio, dal 1992 al 2010. Sono tra l’altro progetti che si spiegano molto bene da soli (come è evidente nello sfogliare le pagine di questo libro) e ciò capita di rado. Capita solo alla buona architettura. A quell’architettura che mi piace definire della “felicità”, perché rende l’uomo o la donna che la vivono e la abitano “felici”. Che non è la felicità dello “stoico” (voluptas corporis) né quella dell’ ”epicureo” (virtus animi), ma certamente quella del “cristiano” (donum Dei). E anche per questo dobbiamo ringraziare Mauro Severi.
2019
9788836645411
Otto interventi residenziali nella pianura emiliana
7
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Alberto Manfredini
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