Il saggio prende in considerazione le forme istituzionali e le pratiche politiche, giuridiche e documentarie adottate da alcune città del regno di Sicilia fra Duecento e Quattrocento, per mettere in luce i fenomeni di acquisizione e adattamento di alcuni elementi dell’esperienza comunale e il loro contestuale significato politico. La storiografia sulle città italiane ha seguito a lungo un doppio binario: da un lato, le città comunali, straordinario laboratorio politico assurto a simbolo della libertà italiana da ogni dominazione superiore; dall’altro, le città del Mezzogiorno, incapaci di rendersi autonome dal potere oppressivo della monarchia e dei baroni. Il confine fra i due mondi coincide con quello fra terre Ecclesie e regnum Sicilie, e proprio la costituzione di quest’ultimo, secondo la tradizione storiografica, avrebbe impedito alle città meridionali di svilupparsi in senso comunale, dando per scontato che fosse quella l’unica direzione possibile – o perlomeno la migliore, esprimendo un giudizio di valore. Gli studi più recenti stanno concretizzando gli inviti, avanzati nel Novecento da Giuseppe Galasso, Mario Del Treppo e Pietro Corrao (fra gli altri), a rivedere il paradigma basato su un improprio confronto fra queste realtà molto diverse: la sfida era ed è ancora quella di interpretare la storia politica urbana del Mezzogiorno iuxta propria principia. Il presente saggio va in questa direzione, ma toccando proprio il punto più controverso dei rapporti fra le città meridionali e il mondo comunale. L’analisi si concentra infatti sugli elementi del sistema istituzionale e sulle pratiche di ambito politico, giuridico e documentario chiaramente provenienti dall’Italia comunale, che furono adottati da alcune città del regnum, soprattutto ma non esclusivamente in Abruzzo. Nello specifico, si tratta dell’istituzione del podestà, della creazione di consigli e sistemi di rappresentanza ispirati a quelli comunali e della redazione di statuti cittadini modellati su quelli dell’Italia centrale. L’impianto istituzionale delle città del regno non era uniforme, poiché in ogni centro esistevano diversi livelli e forme consiliari. Soltanto l’ufficiale regio o feudale che rappresentava il potere superiore era pressoché identico dappertutto, ma le sue caratteristiche (profilo sociale, durata del mandato, stipendio, etc.) e alcune sue funzioni potevano essere negoziate dalla comunità. Questo stato di cose si definì durante la prima età angioina (da Carlo I a Roberto), mentre fino a Federico II fu più marcato il ruolo giocato dagli ufficiali regi provinciali (giustizieri) e locali (baiuli, anche su più luoghi), mentre le città non avevano organismi consiliari stabili al di là dell’assemblea generale della popolazione. Proprio durante il regno di Federico II, e subito dopo la sua fine, abbiamo le prime significative adozioni di sistemi palesemente mutuati dall’Italia comunale. Per la verità, a Gaeta esistevano consoli già prima del Duecento, quando furono aboliti dallo Svevo, ma si dimostrerà che la loro funzione non è paragonabile a quella degli omologhi comunali. A Teramo, nel 1207, il vescovo-signore (elemento di per sé comunalistico) istituì il podestà, che andava scelto secondo un meccanismo modellato sul sistema di nomina del senatore di Roma predisposto da Innocenzo III. A questi due “prestiti” originati da istanze locali si affiancò la diffusione del «sistema podestarile-consiliare» , composto da un podestà e da un consiglio, che si concentra negli anni successivi alla morte di Federico II (1251-1256) e riguarda varie zone del regno . In questo caso, fu la sede apostolica a promuovere l’adozione di questo sistema in funzione antisveva: l’ampliamento della partecipazione politica era la chiave per ottenere l’adesione delle comunità alla causa papale. Per realizzare l’ampliamento attraverso il consilium, si “esportava” oltreconfine il modello già in uso nelle terre Ecclesie, ma nella sua declinazione “moderata”, per la quale il papato controllava la nomina dei podestà. Non si trattava dunque di una concessione di libertà, ma di uno strumento di corroborazione dell’alta autorità pontificia sul regno attraverso forme istituzionali codificate che, pur offrendo una prospettiva di respiro alle comunità, le manteneva sotto un potere superiore (come accadeva nell’enclave di Benevento). Per questa tipologia si approfondirà il caso di Atri (1251), che presenta anche l’interessante estensione dichiarata del modello perugino di controllo del contado. Se questi “prestiti” hanno un significato legato più alle grandi contese fra papato e regnanti che non allo sviluppo spontaneo di soluzioni da parte delle comunità, queste ultime si resero protagoniste di processi più sfumati di adozione politico-culturale, con il risultato di una notevole resilienza di elementi comunali in parte del Mezzogiorno. Ad Atri il capitano regio era detto «capitaneus populi» negli anni Sessanta del Trecento (come si legge nei verbali consiliari), mentre a Cittaducale si chiamava podestà nel secondo Quattrocento (come si legge negli statuti). Al di là del nome, l’ufficiale era identico ai suoi omologhi di altri centri sottoposti direttamente alla monarchia. È evidente allora che in questi centri si acquisirono figure istituzionali dal mondo comunale per ragioni politiche (ad Atri, per controbilanciare il potere dei barones cittadini) e culturali (a Cittaducale, come assorbimento di esperienze molto vicine geograficamente), senza effetti reali sulla natura del rapporto con la monarchia. Si può dire la stessa cosa per altri due fenomeni, sempre Tre-Quattrocenteschi: il primo è la costituzione del Reggimento ad arti a L’Aquila (1354), un sistema consiliare e di governo basato sulle corporazioni, simile ma non identico a quello di alcune città comunali (in particolare Firenze, con cui L’Aquila aveva stretti rapporti commerciali); il secondo è la realizzazione, intorno a metà Quattrocento in alcuni centri (come Teramo e Penne), di statuti cittadini organizzati secondo gli schemi praticati da molto tempo nell’Italia comunale (libri e rubriche), rispettando però le gerarchie legislative del regno e gli ambiti riservati alla monarchia. L’adozione di elementi istituzionali del mondo comunale, per concludere, non è necessariamente da intendersi come aspirazione alla libertà, ma va contestualizzata dando il giusto peso agli attori in campo (comunità e poteri superiori). Ciò consente di ripensare il confine fra le “due Italie” urbane, senza negare la sua esistenza ma provandone la porosità e l’elasticità, prodotte da istanze di carattere diverso portate da vari soggetti per varie ragioni, nonché la lunga durata del suo attraversamento. E consente anche di attribuirgli la natura di confine fra culture politiche, più complesso e articolato di quello dettato dalla banale distinzione fra città libere e non libere, senza dimenticare che con gli sviluppi Tre-Quattrocenteschi si realizzò una convergenza tendenziale fra parte dei due mondi, nel momento in cui lo Stato della Chiesa si strutturò meglio e si avvicinò al regno nell’impostazione e nelle modalità di rapporto fra corte e città.
Forme istituzionali e documentarie d’oltreconfine nelle città abruzzesi (secoli XIII-XV) / P. Terenzi. - ELETTRONICO. - 11:(2025), pp. 313-326.
Forme istituzionali e documentarie d’oltreconfine nelle città abruzzesi (secoli XIII-XV)
Pierluigi Terenzi
2025
Abstract
Il saggio prende in considerazione le forme istituzionali e le pratiche politiche, giuridiche e documentarie adottate da alcune città del regno di Sicilia fra Duecento e Quattrocento, per mettere in luce i fenomeni di acquisizione e adattamento di alcuni elementi dell’esperienza comunale e il loro contestuale significato politico. La storiografia sulle città italiane ha seguito a lungo un doppio binario: da un lato, le città comunali, straordinario laboratorio politico assurto a simbolo della libertà italiana da ogni dominazione superiore; dall’altro, le città del Mezzogiorno, incapaci di rendersi autonome dal potere oppressivo della monarchia e dei baroni. Il confine fra i due mondi coincide con quello fra terre Ecclesie e regnum Sicilie, e proprio la costituzione di quest’ultimo, secondo la tradizione storiografica, avrebbe impedito alle città meridionali di svilupparsi in senso comunale, dando per scontato che fosse quella l’unica direzione possibile – o perlomeno la migliore, esprimendo un giudizio di valore. Gli studi più recenti stanno concretizzando gli inviti, avanzati nel Novecento da Giuseppe Galasso, Mario Del Treppo e Pietro Corrao (fra gli altri), a rivedere il paradigma basato su un improprio confronto fra queste realtà molto diverse: la sfida era ed è ancora quella di interpretare la storia politica urbana del Mezzogiorno iuxta propria principia. Il presente saggio va in questa direzione, ma toccando proprio il punto più controverso dei rapporti fra le città meridionali e il mondo comunale. L’analisi si concentra infatti sugli elementi del sistema istituzionale e sulle pratiche di ambito politico, giuridico e documentario chiaramente provenienti dall’Italia comunale, che furono adottati da alcune città del regnum, soprattutto ma non esclusivamente in Abruzzo. Nello specifico, si tratta dell’istituzione del podestà, della creazione di consigli e sistemi di rappresentanza ispirati a quelli comunali e della redazione di statuti cittadini modellati su quelli dell’Italia centrale. L’impianto istituzionale delle città del regno non era uniforme, poiché in ogni centro esistevano diversi livelli e forme consiliari. Soltanto l’ufficiale regio o feudale che rappresentava il potere superiore era pressoché identico dappertutto, ma le sue caratteristiche (profilo sociale, durata del mandato, stipendio, etc.) e alcune sue funzioni potevano essere negoziate dalla comunità. Questo stato di cose si definì durante la prima età angioina (da Carlo I a Roberto), mentre fino a Federico II fu più marcato il ruolo giocato dagli ufficiali regi provinciali (giustizieri) e locali (baiuli, anche su più luoghi), mentre le città non avevano organismi consiliari stabili al di là dell’assemblea generale della popolazione. Proprio durante il regno di Federico II, e subito dopo la sua fine, abbiamo le prime significative adozioni di sistemi palesemente mutuati dall’Italia comunale. Per la verità, a Gaeta esistevano consoli già prima del Duecento, quando furono aboliti dallo Svevo, ma si dimostrerà che la loro funzione non è paragonabile a quella degli omologhi comunali. A Teramo, nel 1207, il vescovo-signore (elemento di per sé comunalistico) istituì il podestà, che andava scelto secondo un meccanismo modellato sul sistema di nomina del senatore di Roma predisposto da Innocenzo III. A questi due “prestiti” originati da istanze locali si affiancò la diffusione del «sistema podestarile-consiliare» , composto da un podestà e da un consiglio, che si concentra negli anni successivi alla morte di Federico II (1251-1256) e riguarda varie zone del regno . In questo caso, fu la sede apostolica a promuovere l’adozione di questo sistema in funzione antisveva: l’ampliamento della partecipazione politica era la chiave per ottenere l’adesione delle comunità alla causa papale. Per realizzare l’ampliamento attraverso il consilium, si “esportava” oltreconfine il modello già in uso nelle terre Ecclesie, ma nella sua declinazione “moderata”, per la quale il papato controllava la nomina dei podestà. Non si trattava dunque di una concessione di libertà, ma di uno strumento di corroborazione dell’alta autorità pontificia sul regno attraverso forme istituzionali codificate che, pur offrendo una prospettiva di respiro alle comunità, le manteneva sotto un potere superiore (come accadeva nell’enclave di Benevento). Per questa tipologia si approfondirà il caso di Atri (1251), che presenta anche l’interessante estensione dichiarata del modello perugino di controllo del contado. Se questi “prestiti” hanno un significato legato più alle grandi contese fra papato e regnanti che non allo sviluppo spontaneo di soluzioni da parte delle comunità, queste ultime si resero protagoniste di processi più sfumati di adozione politico-culturale, con il risultato di una notevole resilienza di elementi comunali in parte del Mezzogiorno. Ad Atri il capitano regio era detto «capitaneus populi» negli anni Sessanta del Trecento (come si legge nei verbali consiliari), mentre a Cittaducale si chiamava podestà nel secondo Quattrocento (come si legge negli statuti). Al di là del nome, l’ufficiale era identico ai suoi omologhi di altri centri sottoposti direttamente alla monarchia. È evidente allora che in questi centri si acquisirono figure istituzionali dal mondo comunale per ragioni politiche (ad Atri, per controbilanciare il potere dei barones cittadini) e culturali (a Cittaducale, come assorbimento di esperienze molto vicine geograficamente), senza effetti reali sulla natura del rapporto con la monarchia. Si può dire la stessa cosa per altri due fenomeni, sempre Tre-Quattrocenteschi: il primo è la costituzione del Reggimento ad arti a L’Aquila (1354), un sistema consiliare e di governo basato sulle corporazioni, simile ma non identico a quello di alcune città comunali (in particolare Firenze, con cui L’Aquila aveva stretti rapporti commerciali); il secondo è la realizzazione, intorno a metà Quattrocento in alcuni centri (come Teramo e Penne), di statuti cittadini organizzati secondo gli schemi praticati da molto tempo nell’Italia comunale (libri e rubriche), rispettando però le gerarchie legislative del regno e gli ambiti riservati alla monarchia. L’adozione di elementi istituzionali del mondo comunale, per concludere, non è necessariamente da intendersi come aspirazione alla libertà, ma va contestualizzata dando il giusto peso agli attori in campo (comunità e poteri superiori). Ciò consente di ripensare il confine fra le “due Italie” urbane, senza negare la sua esistenza ma provandone la porosità e l’elasticità, prodotte da istanze di carattere diverso portate da vari soggetti per varie ragioni, nonché la lunga durata del suo attraversamento. E consente anche di attribuirgli la natura di confine fra culture politiche, più complesso e articolato di quello dettato dalla banale distinzione fra città libere e non libere, senza dimenticare che con gli sviluppi Tre-Quattrocenteschi si realizzò una convergenza tendenziale fra parte dei due mondi, nel momento in cui lo Stato della Chiesa si strutturò meglio e si avvicinò al regno nell’impostazione e nelle modalità di rapporto fra corte e città.| File | Dimensione | Formato | |
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