Il sistema di welfare italiano, così come quello di altri Paesi mediterranei, ha come unità di base la famiglia, alla quale sono demandati i compiti di cura e riproduzione da svolgersi in ambito domestico e assolti per la maggior parte del carico dalle donne. Altrettanto, alle famiglie è demandata la risoluzione del problema dell’abitare (Falagan, 2019). Il binomio ‘casa-famiglia’ è un costrutto sociale talmente radicato da costituire la base delle politiche abitative: ad esempio, se si guardano i regolamenti regionali di accesso all’edilizia residenziale pubblica, si può notare che è il ‘nucleo famigliare’, legato da vincoli di relazione sentimentale o di parentela, il gruppo di persone ammesso a fare domanda per un abitare condiviso. Questo assunto è messo invece in discussione da un’osservazione dei fenomeni sociali contemporanei, per cui la ‘famiglia’ non appare più l’unità attorno a cui si organizza tutta la società (Demurtas, Tintori, 2013) e, di conseguenza, l’abitare. Per quanto l’assunto casa-famiglia possa apparire naturale a livello sociale, questa presunta naturalità può diventare particolarmente problematica per tutte quelle persone che si trovano al di fuori del nucleo famigliare, anche per motivi legati alla violenza e alle discriminazioni di genere: donne nei loro percorsi di fuoriuscita dalla violenza domestica, ma anche persone che la subiscono a causa del loro orientamento sessuale o della loro identità di genere. Questo comporta che la violenza domestica sia intrinsecamente legata alla sofferenza abitativa delle donne. In Gentrification is Inevitable and Other Lies (2022) Leslie Kern afferma: «One of the major barriers preventing women from leaving abusive relationships is the lack of affordable, safe, and long-term housing. Indeed, domestic violence is a leading cause of both short- and long-term homelessness for women» (Kern, 2022, p. 115). Così, secondo il rapporto di Action AID del 2022 Diritti in bilico, le donne in fuoriuscita dalla violenza «hanno una probabilità quattro volte superiore rispetto alle donne in generale di vivere situazioni di disagio abitativo» (Silvestre, Orfano, 2022, p. 47). L’accesso a un abitare sicuro e di qualità è una delle necessità principali da garantire alle persone che lasciano la propria abitazione famigliare perché vivono in una situazione di violenza (Proia et al., 2024; Lucha y Siesta, 2023; Oddone, 2018). Nella progettazione, nell’accesso alle case rifugio e altre forme di sostegno all’abitare è necessario tenere presente che le donne in fuoriuscita dalla violenza hanno caratteristiche differenti in termini di età, di abilità, di situazione relazionale, di provenienza e di reddito. È necessario dunque tenere conto dell’accessibilità delle case rifugio e delle case di seconda accoglienza e nella realizzazione dei progetti abitativi per rispondere ai bisogni di persone che possono avere mobilità ridotta o altre difficoltà. Un aumento dei posti nelle case rifugio fino a raggiungere il numero richiesto dalla Convenzione di Istanbul (COE, 2011), ratificata dall’Italia nel 2013, permetterebbe di garantire un’accoglienza ampia e non escludente, nonché, insieme ad altre misure di revisione dei meccanismi di finanziamento, una permanenza personalizzata all’interno di un luogo sicuro (Lucha y Siesta, 2023).

L’approccio femminista al Cohousing per donne in uscita dalla violenza domestica - Approche féministe du cohabitat pour les survivantes de violence domestique / Chiara Belingardi; Daniela POLI. - ELETTRONICO. - (2025), pp. 39-47.

L’approccio femminista al Cohousing per donne in uscita dalla violenza domestica - Approche féministe du cohabitat pour les survivantes de violence domestique

Chiara Belingardi;Daniela POLI
2025

Abstract

Il sistema di welfare italiano, così come quello di altri Paesi mediterranei, ha come unità di base la famiglia, alla quale sono demandati i compiti di cura e riproduzione da svolgersi in ambito domestico e assolti per la maggior parte del carico dalle donne. Altrettanto, alle famiglie è demandata la risoluzione del problema dell’abitare (Falagan, 2019). Il binomio ‘casa-famiglia’ è un costrutto sociale talmente radicato da costituire la base delle politiche abitative: ad esempio, se si guardano i regolamenti regionali di accesso all’edilizia residenziale pubblica, si può notare che è il ‘nucleo famigliare’, legato da vincoli di relazione sentimentale o di parentela, il gruppo di persone ammesso a fare domanda per un abitare condiviso. Questo assunto è messo invece in discussione da un’osservazione dei fenomeni sociali contemporanei, per cui la ‘famiglia’ non appare più l’unità attorno a cui si organizza tutta la società (Demurtas, Tintori, 2013) e, di conseguenza, l’abitare. Per quanto l’assunto casa-famiglia possa apparire naturale a livello sociale, questa presunta naturalità può diventare particolarmente problematica per tutte quelle persone che si trovano al di fuori del nucleo famigliare, anche per motivi legati alla violenza e alle discriminazioni di genere: donne nei loro percorsi di fuoriuscita dalla violenza domestica, ma anche persone che la subiscono a causa del loro orientamento sessuale o della loro identità di genere. Questo comporta che la violenza domestica sia intrinsecamente legata alla sofferenza abitativa delle donne. In Gentrification is Inevitable and Other Lies (2022) Leslie Kern afferma: «One of the major barriers preventing women from leaving abusive relationships is the lack of affordable, safe, and long-term housing. Indeed, domestic violence is a leading cause of both short- and long-term homelessness for women» (Kern, 2022, p. 115). Così, secondo il rapporto di Action AID del 2022 Diritti in bilico, le donne in fuoriuscita dalla violenza «hanno una probabilità quattro volte superiore rispetto alle donne in generale di vivere situazioni di disagio abitativo» (Silvestre, Orfano, 2022, p. 47). L’accesso a un abitare sicuro e di qualità è una delle necessità principali da garantire alle persone che lasciano la propria abitazione famigliare perché vivono in una situazione di violenza (Proia et al., 2024; Lucha y Siesta, 2023; Oddone, 2018). Nella progettazione, nell’accesso alle case rifugio e altre forme di sostegno all’abitare è necessario tenere presente che le donne in fuoriuscita dalla violenza hanno caratteristiche differenti in termini di età, di abilità, di situazione relazionale, di provenienza e di reddito. È necessario dunque tenere conto dell’accessibilità delle case rifugio e delle case di seconda accoglienza e nella realizzazione dei progetti abitativi per rispondere ai bisogni di persone che possono avere mobilità ridotta o altre difficoltà. Un aumento dei posti nelle case rifugio fino a raggiungere il numero richiesto dalla Convenzione di Istanbul (COE, 2011), ratificata dall’Italia nel 2013, permetterebbe di garantire un’accoglienza ampia e non escludente, nonché, insieme ad altre misure di revisione dei meccanismi di finanziamento, una permanenza personalizzata all’interno di un luogo sicuro (Lucha y Siesta, 2023).
2025
978-88-3618-310-4
Cohousing e coworking per donne vittime di violenza e soggetti fragili. Ripensare gli spazi abitativi e di lavoro nella ricostruzione del sé. Cohabitat et coworking pour les femmes victimes de violence et les personnes fragilisées. Repenser les espaces de vie et de travail dans la reconstruction de soi
39
47
Chiara Belingardi; Daniela POLI
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Utilizza questo identificatore per citare o creare un link a questa risorsa: https://hdl.handle.net/2158/1443812
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