Le vicende progettuali e costruttive, così come le dinamiche legate alla committenza, al contesto socio-culturale, e allo stesso modo le operazioni di restauro, rinnovamento e riutilizzo, sono intimamente connesse alla complessa e differenziata storia religiosa dello spazio oggi chiamato post-sovietico. Allo stesso modo, in ogni periodo storico vi è un’influenza significativa della natura degli spazi religiosi e dei luoghi di culto, il loro significato e la loro concezione. La diffusione delle religioni maggiori – in particolare Islam e cristianesimo – tra il IV e il IX secolo, ha tracciato percorsi diversi e specifici per ciascuna regione. Se, in diverse aree, la Russia zarista tra XVIII e XIX secolo ha portato significative trasformazioni, l’accorpamento di territori così diversi all’interno dell’Unione Sovietica – entità che, nella teoria, puntava a mitigare le differenze socio-economiche e culturali tra i territori – ha segnato un fondamentale punto di svolta. L’ateismo di stato imposto dall’URSS tra 1922 e 1991 ha corrisposto alla trasformazione o alla soppressione dei luoghi di culto. In risposta a questo può ascriversi il fervore religioso che, negli ultimi anni, sembra caratterizzare diversi territori dello spazio post-sovietico. Al di là di configurarsi come semplice ‘riscoperta’, dopo la dissoluzione dell’URSS la questione religiosa è stata spesso interpretata come aspetto costitutivo della storia ‘nazionale’ delle neonate repubbliche indipendenti, un modo per codificare la propria specificità storico-culturale e marcare la distanza dal recente passato. In questo quadro va detto che nell’Impero russo e poi in Unione Sovietica vi erano molteplici confessioni religiose, conseguentemente molte erano le persone appartenenti a religioni diverse e non tutte le religioni furono perseguitate allo stesso modo e nello stesso periodo. Secondo un questionario del 1937 dei 55,3 milioni di abitanti dell’URSS di età pari o superiore a 16 anni che si dichiaravano credenti le diverse confessioni religiose erano distribuite per numero di fedeli come segue: ortodossi (41,6 milioni), musulmani (8,3 milioni), cattolici (0,5 milioni), protestanti (0,5 milioni), “cristiani di altre confessioni” (0,4 milioni); ebrei (0,3 milioni), buddisti e lamaisti (0,1 milioni), “altri e coloro che non hanno specificato la propria religione” (3,5 milioni).

Studi e ricerche sul patrimonio religioso nello spazio post-sovietico: alcune riflessioni su Kazakistan e Armenia / Federico Marcomini; Marta Zerbini. - ELETTRONICO. - (2025), pp. 63-81. [10.36253/979-12-215-0815-4]

Studi e ricerche sul patrimonio religioso nello spazio post-sovietico: alcune riflessioni su Kazakistan e Armenia

Federico Marcomini
;
Marta Zerbini
2025

Abstract

Le vicende progettuali e costruttive, così come le dinamiche legate alla committenza, al contesto socio-culturale, e allo stesso modo le operazioni di restauro, rinnovamento e riutilizzo, sono intimamente connesse alla complessa e differenziata storia religiosa dello spazio oggi chiamato post-sovietico. Allo stesso modo, in ogni periodo storico vi è un’influenza significativa della natura degli spazi religiosi e dei luoghi di culto, il loro significato e la loro concezione. La diffusione delle religioni maggiori – in particolare Islam e cristianesimo – tra il IV e il IX secolo, ha tracciato percorsi diversi e specifici per ciascuna regione. Se, in diverse aree, la Russia zarista tra XVIII e XIX secolo ha portato significative trasformazioni, l’accorpamento di territori così diversi all’interno dell’Unione Sovietica – entità che, nella teoria, puntava a mitigare le differenze socio-economiche e culturali tra i territori – ha segnato un fondamentale punto di svolta. L’ateismo di stato imposto dall’URSS tra 1922 e 1991 ha corrisposto alla trasformazione o alla soppressione dei luoghi di culto. In risposta a questo può ascriversi il fervore religioso che, negli ultimi anni, sembra caratterizzare diversi territori dello spazio post-sovietico. Al di là di configurarsi come semplice ‘riscoperta’, dopo la dissoluzione dell’URSS la questione religiosa è stata spesso interpretata come aspetto costitutivo della storia ‘nazionale’ delle neonate repubbliche indipendenti, un modo per codificare la propria specificità storico-culturale e marcare la distanza dal recente passato. In questo quadro va detto che nell’Impero russo e poi in Unione Sovietica vi erano molteplici confessioni religiose, conseguentemente molte erano le persone appartenenti a religioni diverse e non tutte le religioni furono perseguitate allo stesso modo e nello stesso periodo. Secondo un questionario del 1937 dei 55,3 milioni di abitanti dell’URSS di età pari o superiore a 16 anni che si dichiaravano credenti le diverse confessioni religiose erano distribuite per numero di fedeli come segue: ortodossi (41,6 milioni), musulmani (8,3 milioni), cattolici (0,5 milioni), protestanti (0,5 milioni), “cristiani di altre confessioni” (0,4 milioni); ebrei (0,3 milioni), buddisti e lamaisti (0,1 milioni), “altri e coloro che non hanno specificato la propria religione” (3,5 milioni).
2025
979-12-215-0815-4
Indagini sullo spazio post-sovietico Architetture religiose fra eredità e trasformazioni in Est Europa, Caucaso e Asia Centrale
63
81
Federico Marcomini; Marta Zerbini
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