Si tratta del saggio presentato in occasione della giornata di studio, organizzata nel 2006, con altri, dalla scrivente (promotori il Dipartimenti di Italianistica e di Studi sul Medioevo e il Rinascimento dell’Università di Firenze) in memoria di Giovanni Parenti, e pubblicato nel volume uscito nel 2009, per le cure di Arnaldo Bruni e sue, con altri saggi e testimonianze e con un’Appendice di recensioni di Parenti medesimo. È articolato in due parti distinte, nella prima delle quali si assume come oggetto di riflessione e discorso, ripercorrendone la rigorosa argomentazione, un noto contributo di Parenti alla miscellanea Operosa parva per Gianni Antonini, a cura di D. De Robertis e F. Gavazzeni (Verona, Valdonega, 1996) su Ercole al bivio e il sogno della femmina balba: elegante e dotta lettura dei trentatré versi iniziali di Purgatorio XIX; e lo si segue fino al punto conclusivo in cui l’autore, assolto il compito di analizzare il sogno dall’osservatorio di Dante agens, sembra arrestarsi davanti a quello di analizzarlo dalla specola di Dante auctor, sedotto in passato, dopo un avvio promettente, da rovinose Muse-Sirene. La seconda parte del saggio si incarica pertanto di percorrere un tratto della strada indicata da Parenti, ripartendo dalla Consolatio di Boezio, già invocata per la lettura morale dei versi danteschi, e risultata docile anche a un’interpretazione intellettuale, per la presenza fra l’altro di sue tracce giusto nei canti XXX-XXXI del Purgatorio, in cui Beatrice porta in giudizio gli atti e soprattutto gli scritti di Dante. Sicché il redde rationem a cui il poeta è chiamato in Purg. XXXI pare riguardare la direzione presa dalla sua poesia successivamente alla morte della prima ispiratrice, presentata da Beatrice agli angeli come una deviazione dalle prove promettenti della sua «vita nova», con allusioni più e meno esplicite all’esperienza poetica della «pargoletta». A proposito della quale e della sua potente autoproposizione nella ballata I’ mi son pargoletta, in maniere e con movenze scopertamente beatriciane, si formula l’ipotesi che, prima ancora che a Beatrice, Dante debba rendere ragione del traviamento proprio a Guido Cavalcanti, che col son. Chi è questa che vèn sembra denunciare la compromessa coerenza e fedeltà poetica dell’amico. La ‘funzione’ Cavalcanti così attivata consente, non solo di individuare i momenti critici della lirica dantesca nella sua fase di ricerca e definizione di un nuovo stile amoroso dopo lo stilnovo, ricerca approdata, ancora per sollecitazione di Cavalcanti e della sua grande canzone sulla natura di amore, alla poetica petrosa, ma anche di osservare da un’altra angolazione gli indubbi quanto imprevedibili echi cavalcantiani disseminati in alcuni degli ultimi canti del Purgatorio, nelle epifanie di Lia e Matelda e della stessa Beatrice, per esempio; e per quella di Lia, induce a invocare, attraverso la pastorella cavalcantiana e la pargoletta, proprio la sirena di Purg. XIX (espliciti i rinvii da un episodio all’altro), sulla quale Dante potrebbe avere voluto rappresentare quel suo sbandamento poetico, proiettandovi alcuni contrassegni tipici della passione amorosa, così come descritta da Cavalcanti nella fondamentale (anche per il percorso poetico dantesco) e impreteribile canzone Donna me prega.
La Sirena di Parenti. A proposito di "Purgatorio" XIX 1-33 / C. Molinari. - STAMPA. - (2009), pp. 65-91.
La Sirena di Parenti. A proposito di "Purgatorio" XIX 1-33
MOLINARI, CARLA
2009
Abstract
Si tratta del saggio presentato in occasione della giornata di studio, organizzata nel 2006, con altri, dalla scrivente (promotori il Dipartimenti di Italianistica e di Studi sul Medioevo e il Rinascimento dell’Università di Firenze) in memoria di Giovanni Parenti, e pubblicato nel volume uscito nel 2009, per le cure di Arnaldo Bruni e sue, con altri saggi e testimonianze e con un’Appendice di recensioni di Parenti medesimo. È articolato in due parti distinte, nella prima delle quali si assume come oggetto di riflessione e discorso, ripercorrendone la rigorosa argomentazione, un noto contributo di Parenti alla miscellanea Operosa parva per Gianni Antonini, a cura di D. De Robertis e F. Gavazzeni (Verona, Valdonega, 1996) su Ercole al bivio e il sogno della femmina balba: elegante e dotta lettura dei trentatré versi iniziali di Purgatorio XIX; e lo si segue fino al punto conclusivo in cui l’autore, assolto il compito di analizzare il sogno dall’osservatorio di Dante agens, sembra arrestarsi davanti a quello di analizzarlo dalla specola di Dante auctor, sedotto in passato, dopo un avvio promettente, da rovinose Muse-Sirene. La seconda parte del saggio si incarica pertanto di percorrere un tratto della strada indicata da Parenti, ripartendo dalla Consolatio di Boezio, già invocata per la lettura morale dei versi danteschi, e risultata docile anche a un’interpretazione intellettuale, per la presenza fra l’altro di sue tracce giusto nei canti XXX-XXXI del Purgatorio, in cui Beatrice porta in giudizio gli atti e soprattutto gli scritti di Dante. Sicché il redde rationem a cui il poeta è chiamato in Purg. XXXI pare riguardare la direzione presa dalla sua poesia successivamente alla morte della prima ispiratrice, presentata da Beatrice agli angeli come una deviazione dalle prove promettenti della sua «vita nova», con allusioni più e meno esplicite all’esperienza poetica della «pargoletta». A proposito della quale e della sua potente autoproposizione nella ballata I’ mi son pargoletta, in maniere e con movenze scopertamente beatriciane, si formula l’ipotesi che, prima ancora che a Beatrice, Dante debba rendere ragione del traviamento proprio a Guido Cavalcanti, che col son. Chi è questa che vèn sembra denunciare la compromessa coerenza e fedeltà poetica dell’amico. La ‘funzione’ Cavalcanti così attivata consente, non solo di individuare i momenti critici della lirica dantesca nella sua fase di ricerca e definizione di un nuovo stile amoroso dopo lo stilnovo, ricerca approdata, ancora per sollecitazione di Cavalcanti e della sua grande canzone sulla natura di amore, alla poetica petrosa, ma anche di osservare da un’altra angolazione gli indubbi quanto imprevedibili echi cavalcantiani disseminati in alcuni degli ultimi canti del Purgatorio, nelle epifanie di Lia e Matelda e della stessa Beatrice, per esempio; e per quella di Lia, induce a invocare, attraverso la pastorella cavalcantiana e la pargoletta, proprio la sirena di Purg. XIX (espliciti i rinvii da un episodio all’altro), sulla quale Dante potrebbe avere voluto rappresentare quel suo sbandamento poetico, proiettandovi alcuni contrassegni tipici della passione amorosa, così come descritta da Cavalcanti nella fondamentale (anche per il percorso poetico dantesco) e impreteribile canzone Donna me prega.I documenti in FLORE sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.



