La situazione culturale della Catania risorgimentale è stata indagata a fondo sia in ambito letterario sia come contesto storico-politico. In questa sede saranno esaminati alcuni dati relativi alla storia della lingua. Il primo Ottocento catanese per lo storico della lingua italiana è importante per il prevalere di una scrittura che non è più solo letteraria e che giunge a forme complesse di comunicazione. In molti testi scritti a Catania nei primi decenni dell’Ottocento si può cogliere, attraverso il dato morfosintattico, sintattico-testuale e lessicale, l’orientamento dello scrivente e del suo gruppo di riferimento in materia di scelte di modelli linguistici, letterari e culturali. Le scritture catanesi di questo periodo sono da ricondurre, per la maggior parte, a intellettuali inseriti in circuiti comunicativi non solo insulari, che seguivano i modelli prestigiosi e adottavano soluzioni linguistiche piuttosto omogenee da un punto di vista stilistico, orientate verso una norma purista e classicheggiante. Il toscano continua a essere, e lo si documenterà, una lingua appresa sui libri, ma sicuramente assimilata e amministrata anche stilisticamente, in un processo di acquisizione che si svilupperà e si radicherà nel secolo successivo, con interessanti propaggini novecentesche. In definitiva può dirsi che l’italianizzazione nella Catania borbonica si dimostra avanzata nei più diversi livelli e generi di lingua esaminati, con progressiva consapevolezza della toscanizzazione. L’indagine si concentrerà su tre tipologie di materiale testuale, che già a prima vista si presenta ricco ed eterogeneo. In primo luogo si esamineranno i termini teorici del dibattito linguistico-culturale relativo alla polemica classico-romantica. L’ideologia linguistica dominante nella Sicilia occidentale risulta senza dubbio il purismo, rappresentato nei decenni a cavallo tra Sette e Ottocento dal fisico e letterato Domenico Scinà. A Catania nella prima metà dell’Ottocento, il dibattito linguistico risulta più che mai legato a quello letterario, e si connota per l’ambigua sospensione dei classicisti isolani tra italianismo montiano e fiorentinismo cruscante, e da moderate aperture dei romantici al toscano dell’uso (Alfieri 1981). In secondo luogo si analizzeranno i testi scolastici che rappresentano la norma dell’educazione linguistica. La prima netta posizione in sede teorica e nella pratica didattica è rappresentata dal canonico Innocenzio Fulci titolare della cattedra di Lingua italiana dell’Università di Catania, che affronta i principali temi della polemica corrente: dal primato linguistico siciliano in competizione con il toscano-italiano, al purismo classicheggiante e alla questione didattica, dal neologismo al misogallismo. È notevole che le linee di forza del discorso di Fulci coincidano con gli argomenti trattati dalle principali riviste continentali come il «Poligrafo» e il «Giornale Enciclopedico»: arricchimento del vocabolario, neologismi, forestierismi, utilità delle traduzioni, validità della formula trecentista, apertura a cinquecentisti e settecentisti, nell’ottica di un classicismo purista che, seppur privo di creatività ideologica, conferma la ricchezza d’informazione e l’aggiornamento culturale. Infine si documenterà la rivalutazione illuministica delle parlate locali e la normalizzazione italiana del dialetto attraverso testi scientifici di economisti (De Luca, Signorelli ecc.) e geografi e vulcanologi (Gemmellaro ecc.) pubblicate nelle maggiori riviste cittadine che si configurano come prodotto, al tempo stesso attori e testimoni, di un dilatarsi ‘borghese’ della cultura a Catania (Iachello). La profonda divaricazione politico-economica fra le due metà dell’isola (occidentale aristocratica feudale e orientale borghese-progressista) si riflette sugli orientamenti linguistici, determinando nei letterati catanesi, svincolati dalla norma lirico-dialettale meliana, un attrito culturalmente e linguisticamente produttivo. La cultura accademica si libera dalle pastoie liricheggianti quando nel 1834 viene fondata a Catania l’Accademia Gioenia, destinata al dibattito scientifico ed erudito. Catania è mossa dall’aria del continente e pervasa da spunti divulgativo-scientifici, tanto che la sezione tecnico-scientifica del «Giornale del Gabinetto dell’Accademia Gioenia» finisce per controbilanciare la rubrica delle «belle lettere». La stampa catanese è rivolta alla «popolarizzazione» della cultura (intesa come penetrazione nelle classi socialmente produttive) e si risolve in una scrittura dialettale o semidialettale, limitatamente però al lessico tecnico e settoriale: i pubblicisti catanesi perseguono un reale adeguamento comunicativo, motivato da una netta e lucida individuazione della propria utenza, e dalla produttiva intenzione di conguagliare i mezzi linguistici al fine culturale (Nello scrivere gli articoli che riguardano specialmente agricoltura, arti e mestieri, si avrà la cura di aggiungere ove che si crederà di bisogno, per l’intelligenza popolare, la voce siciliana, come anche l’espressioni recenti scientifiche quelle che si opinerà necessarie l’impararsi da’ nostri artefici e agricoltori, perché man mano possano comprendere il linguaggio de’ processi chimici, sia tecnologici, sia agronomici. Così lo «Stesicoro», organo del romanticismo catanese). Nella Sicilia orientale si converte così in termini progressisti di comunicabilità sociale l’uso del dialetto, che invece nell’area occidentale rimaneva confinato nell’espressività arcadica in ambito letterario, e nella propaganda patriottarda in ambito pubblicistico.

Dal dialetto alla lingua: tipologie testuali nella Catania borbonica / Stefania Iannizzotto. - STAMPA. - (2010), pp. 288-303.

Dal dialetto alla lingua: tipologie testuali nella Catania borbonica

IANNIZZOTTO, STEFANIA
2010

Abstract

La situazione culturale della Catania risorgimentale è stata indagata a fondo sia in ambito letterario sia come contesto storico-politico. In questa sede saranno esaminati alcuni dati relativi alla storia della lingua. Il primo Ottocento catanese per lo storico della lingua italiana è importante per il prevalere di una scrittura che non è più solo letteraria e che giunge a forme complesse di comunicazione. In molti testi scritti a Catania nei primi decenni dell’Ottocento si può cogliere, attraverso il dato morfosintattico, sintattico-testuale e lessicale, l’orientamento dello scrivente e del suo gruppo di riferimento in materia di scelte di modelli linguistici, letterari e culturali. Le scritture catanesi di questo periodo sono da ricondurre, per la maggior parte, a intellettuali inseriti in circuiti comunicativi non solo insulari, che seguivano i modelli prestigiosi e adottavano soluzioni linguistiche piuttosto omogenee da un punto di vista stilistico, orientate verso una norma purista e classicheggiante. Il toscano continua a essere, e lo si documenterà, una lingua appresa sui libri, ma sicuramente assimilata e amministrata anche stilisticamente, in un processo di acquisizione che si svilupperà e si radicherà nel secolo successivo, con interessanti propaggini novecentesche. In definitiva può dirsi che l’italianizzazione nella Catania borbonica si dimostra avanzata nei più diversi livelli e generi di lingua esaminati, con progressiva consapevolezza della toscanizzazione. L’indagine si concentrerà su tre tipologie di materiale testuale, che già a prima vista si presenta ricco ed eterogeneo. In primo luogo si esamineranno i termini teorici del dibattito linguistico-culturale relativo alla polemica classico-romantica. L’ideologia linguistica dominante nella Sicilia occidentale risulta senza dubbio il purismo, rappresentato nei decenni a cavallo tra Sette e Ottocento dal fisico e letterato Domenico Scinà. A Catania nella prima metà dell’Ottocento, il dibattito linguistico risulta più che mai legato a quello letterario, e si connota per l’ambigua sospensione dei classicisti isolani tra italianismo montiano e fiorentinismo cruscante, e da moderate aperture dei romantici al toscano dell’uso (Alfieri 1981). In secondo luogo si analizzeranno i testi scolastici che rappresentano la norma dell’educazione linguistica. La prima netta posizione in sede teorica e nella pratica didattica è rappresentata dal canonico Innocenzio Fulci titolare della cattedra di Lingua italiana dell’Università di Catania, che affronta i principali temi della polemica corrente: dal primato linguistico siciliano in competizione con il toscano-italiano, al purismo classicheggiante e alla questione didattica, dal neologismo al misogallismo. È notevole che le linee di forza del discorso di Fulci coincidano con gli argomenti trattati dalle principali riviste continentali come il «Poligrafo» e il «Giornale Enciclopedico»: arricchimento del vocabolario, neologismi, forestierismi, utilità delle traduzioni, validità della formula trecentista, apertura a cinquecentisti e settecentisti, nell’ottica di un classicismo purista che, seppur privo di creatività ideologica, conferma la ricchezza d’informazione e l’aggiornamento culturale. Infine si documenterà la rivalutazione illuministica delle parlate locali e la normalizzazione italiana del dialetto attraverso testi scientifici di economisti (De Luca, Signorelli ecc.) e geografi e vulcanologi (Gemmellaro ecc.) pubblicate nelle maggiori riviste cittadine che si configurano come prodotto, al tempo stesso attori e testimoni, di un dilatarsi ‘borghese’ della cultura a Catania (Iachello). La profonda divaricazione politico-economica fra le due metà dell’isola (occidentale aristocratica feudale e orientale borghese-progressista) si riflette sugli orientamenti linguistici, determinando nei letterati catanesi, svincolati dalla norma lirico-dialettale meliana, un attrito culturalmente e linguisticamente produttivo. La cultura accademica si libera dalle pastoie liricheggianti quando nel 1834 viene fondata a Catania l’Accademia Gioenia, destinata al dibattito scientifico ed erudito. Catania è mossa dall’aria del continente e pervasa da spunti divulgativo-scientifici, tanto che la sezione tecnico-scientifica del «Giornale del Gabinetto dell’Accademia Gioenia» finisce per controbilanciare la rubrica delle «belle lettere». La stampa catanese è rivolta alla «popolarizzazione» della cultura (intesa come penetrazione nelle classi socialmente produttive) e si risolve in una scrittura dialettale o semidialettale, limitatamente però al lessico tecnico e settoriale: i pubblicisti catanesi perseguono un reale adeguamento comunicativo, motivato da una netta e lucida individuazione della propria utenza, e dalla produttiva intenzione di conguagliare i mezzi linguistici al fine culturale (Nello scrivere gli articoli che riguardano specialmente agricoltura, arti e mestieri, si avrà la cura di aggiungere ove che si crederà di bisogno, per l’intelligenza popolare, la voce siciliana, come anche l’espressioni recenti scientifiche quelle che si opinerà necessarie l’impararsi da’ nostri artefici e agricoltori, perché man mano possano comprendere il linguaggio de’ processi chimici, sia tecnologici, sia agronomici. Così lo «Stesicoro», organo del romanticismo catanese). Nella Sicilia orientale si converte così in termini progressisti di comunicabilità sociale l’uso del dialetto, che invece nell’area occidentale rimaneva confinato nell’espressività arcadica in ambito letterario, e nella propaganda patriottarda in ambito pubblicistico.
9788885127531
Storia di Catania. La grande Catania. La nobiltà virtuosa, la borghesia operosa. L’Ottocento
288
303
Stefania Iannizzotto
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