Nel 2011 gli architetti Nieto e Sobejano portano a termine l’importante progetto di ampliamento del Museo di San Telmo a San Sebastián, con la coraggiosa invenzione di un lungo muro abitato, dalla geometria complessa e frastagliata, memoria dei vicini bastioni militari, inserito tra il cinquecentesco monastero e l’imponente mole rocciosa del Monte Urgull, a raddoppiare gli spazi espositivi del museo. La nuova costruzione concepita sull’ambigua dualità tra artificio e natura per il suo rivestimento metallico traforato, destinato ad accogliere specie vegetali locali, esplora il concetto di limite fisico di un’architettura, quanto esso debba dissolversi, pur mantenendo una moderna discontinuità, nel contesto dell’antico centro di San Sebastián, storicamente contraddistinto dalla contrapposizione tra natura e città, piano orizzontale e elevazione topografica, terra e mare. La felice intuizione progettuale dei due architetti, che permette di ridisegnare compiutamente il fondale di Plaza Zuloaga con la grande scalinata di accesso al percorso pedonale del monte Urgull, sembra però non dimostrarsi altrettanto efficace nell’innesto su Plaza de la Trinidad, dove negli anni Sessanta Luis Peña Ganchegui aveva dato corpo a uno straordinario progetto cimentandosi sullo stesso tema del limite. La sua piazza restituiva consistenza e significato a uno spazio altrimenti residuale, nato dalla demolizione di una antica scuola dei gesuiti. Una ripida gradonata modellava la base del monte e si disponeva intorno a una sequenza di campi mutuanti le proprie misure dalle regole precise di alcuni tradizionali giochi rurali baschi. La pavimentazione era come uno spolium di pietre che già avevano lastricato le strade della città, prima che l’asfalto le proiettasse nella dimensione di una anodina modernità. Il nuovo volume di Nieto Sobejano non pare in grado di ricomporre l’originale rapporto della piazza con la pendice del monte, un tempo mediato dalle eleganti proporzioni del padiglione Aranzadi, parzialmente demolito durante gli anni Novanta. La perdita del delicato equilibrio ricercato dal disegno di Peña Ganchegui, lascia aperto il dibattito sul ruolo fondativo del progetto nell’instaurare un dialogo con ciò che è stato costruito nel passato, trasformandolo in una realtà tangibile e costruendo un nuovo significato per lacerti, antichi segni, particolarità topografiche che altrimenti rimarrebbero muti, conservando intatto l’incanto del corpo originario della città.

Comporre le cose invisibili. Nieto Sobejano Architetti e Luis Peña Ganchegui di fronte a una “topografia diabolica” / Alberto Pireddu, Caterina Lisini. - STAMPA. - (2026), pp. 711-728.

Comporre le cose invisibili. Nieto Sobejano Architetti e Luis Peña Ganchegui di fronte a una “topografia diabolica”

Alberto Pireddu
;
Caterina Lisini
2026

Abstract

Nel 2011 gli architetti Nieto e Sobejano portano a termine l’importante progetto di ampliamento del Museo di San Telmo a San Sebastián, con la coraggiosa invenzione di un lungo muro abitato, dalla geometria complessa e frastagliata, memoria dei vicini bastioni militari, inserito tra il cinquecentesco monastero e l’imponente mole rocciosa del Monte Urgull, a raddoppiare gli spazi espositivi del museo. La nuova costruzione concepita sull’ambigua dualità tra artificio e natura per il suo rivestimento metallico traforato, destinato ad accogliere specie vegetali locali, esplora il concetto di limite fisico di un’architettura, quanto esso debba dissolversi, pur mantenendo una moderna discontinuità, nel contesto dell’antico centro di San Sebastián, storicamente contraddistinto dalla contrapposizione tra natura e città, piano orizzontale e elevazione topografica, terra e mare. La felice intuizione progettuale dei due architetti, che permette di ridisegnare compiutamente il fondale di Plaza Zuloaga con la grande scalinata di accesso al percorso pedonale del monte Urgull, sembra però non dimostrarsi altrettanto efficace nell’innesto su Plaza de la Trinidad, dove negli anni Sessanta Luis Peña Ganchegui aveva dato corpo a uno straordinario progetto cimentandosi sullo stesso tema del limite. La sua piazza restituiva consistenza e significato a uno spazio altrimenti residuale, nato dalla demolizione di una antica scuola dei gesuiti. Una ripida gradonata modellava la base del monte e si disponeva intorno a una sequenza di campi mutuanti le proprie misure dalle regole precise di alcuni tradizionali giochi rurali baschi. La pavimentazione era come uno spolium di pietre che già avevano lastricato le strade della città, prima che l’asfalto le proiettasse nella dimensione di una anodina modernità. Il nuovo volume di Nieto Sobejano non pare in grado di ricomporre l’originale rapporto della piazza con la pendice del monte, un tempo mediato dalle eleganti proporzioni del padiglione Aranzadi, parzialmente demolito durante gli anni Novanta. La perdita del delicato equilibrio ricercato dal disegno di Peña Ganchegui, lascia aperto il dibattito sul ruolo fondativo del progetto nell’instaurare un dialogo con ciò che è stato costruito nel passato, trasformandolo in una realtà tangibile e costruendo un nuovo significato per lacerti, antichi segni, particolarità topografiche che altrimenti rimarrebbero muti, conservando intatto l’incanto del corpo originario della città.
2026
9791221824063
AID Monuments. Modello interpretazione Progetto. Perugia 21-24 maggio 2025
711
728
Alberto Pireddu; Caterina Lisini
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